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LE LETTERE EDITE E INEDITE
DI
MESSER GIOVANNI BOCCACCIO
J
CORAZZINI FRANCESCO
LE LETTERE EDITE E INEDITE
DI
MESSER GIOVANNI BOCCACCIO
TRADOTTE E COMMENTATE
ALO VI DOCUMENTI
IN FIRENZE
G. C. SANSONI , EDITORE
1877
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Tip. e Lit. Carnesecchi, Piazza d'Arno.
ALLA SUA ROMINA IL PADRE SUO
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INTRODUZIONE
I.
Della patria, dei parenti, della condizione della famiglia di Messer Giovanni Boccaccio.
Nello scrive)'e queste pagine su Messer Gio- vanni Boccaccio non fu mio intendimento di rifare la sua biografia, né un esame critico delle sue opere; ma di rettificare soltanto alcuni fatti della sua vita, mettere in chiaro le sue relazioni ami- chevoli, e le ambascerie, il contenuto delle sue Lettere, la mente e l'animo di lui alcune volte fraintesi ed oscurati, se non con determinato pro- posito e per mala fede, certo per vecchi pregiudizi o per giudicarlo a norma delle idee e delle opi- nioni di altri tempi. Per non cadere negli stessi errori di quelli che mi precessero, mi sforzai di spogliarmi per un momento dell' aifetto che ò sem- pre nutrito per questo grande uomo, e di ritrarlo al vero, non dubitando che le sue stesse debo- lezze, i suoi difetti, facciano V effetto delle ombre
AHI INTRODUZIONE
in pittura, diano cioè rilievo maggiore alle sue molto virtù private e civili. Tenendo questo per fermo non cercai mai di tacere o nascondere ciò che mi paresse poco lodevole in lui, come, da poi che egli non può sostenere le sue ragioni, lo difesi dalle calunnie dei posteri che si aggiunsero alle malevole insinuazioni dei suoi contemporanei.
Giovanni Boccaccio secondo alcuni nacque in Certaldo, secondo altri in Firenze, e fu chi gli dette per patria Parigi, e per madre una francese: e, dubito, per semplici equivoci, che mi accingo a dileguare.
Com'è sorta l'opinione ch'ei nascesse in Pa- rigi di una francese e di non legittime nozze?
Penso da un passo deWAmeio preso sul serio da Bandino d'Arezzo e poi ricamato dallo spro- positato* traduttore delle Vite degr illustri fior en-
' Il Villani scrive precisamente così : « Hic enim natu- rali patre Boccaccio industrio viro natus est in Certaldi op~ pido, quod octavo ac decimo ■miliario distat ab urbe Florentia. Hic, dum puer sub Ioanne Zenobi patre non piene Grammati- cam didicisset etc. Il traduttore volge ed amplia ed interpola in questo modo : Il costui padre fu Boccaccio da Certaldo, castello del contado fiorentino, uomo d' ornamento di costumi celebrato. Questi per la sue mercanzie, alle quali attendeva stando a Parigi, coni era d' ingegno liberale e piacevole, così fu di complessione allegra e di facile inclinazione ad amare. Per questa piacevolezza della sua natura e di costumi s'in- namorò d' una giovinetta parigina , di sorte mediocre tra nobile e borghese, della quale arse di veementissimo amore, e, come vogliono gli osservatori delle opere di Giovanni, fu generato, il quale fanciullo sotto maestro Giovanni, padre di Zenobio poeta, non pienamente avendo imparato graìnma- tica ecc. La pittura che questo ignorante ci fa del padre del
INTRODUZIONE IX
tini latinamente scritte da Filippo Milani. Il passo in quistione è : Io nato non molto lontano ai luo- ghi onde tifasse origine la tua madre (di Fiam- metta), fanciullo cercai i Regni Etrurii, e di quelli, in più, ferma età venuto, qui venni. Egli (re Ro- berto ) e i suoi predecessori, venuti dalla togata Gallia, molto onorando costoro, una nobile gio- vane venuta di quelle parti .... per isposa con- giunse al padre mio}
Se da questo passo si dovesse ritrarre un fatto vero della vita del nostro autore, questo sarebbe molto diverso da quello che inferiscono i due ci- tati scrittori. Difatti qui si dice che re Roberto avrebbe dato in isposa a Boccaccio una nobile giovane venuta di Francia, onde trasse origine la madre della Fiammetta, come nello stesso libro alferma l'autore. Quindi la giovane non sarebbe stata di condizione tra nobile e plebea, ne l'avrebbe il padre del Boccaccio conosciuta in Parigi, ne congiuntosi a lei d'illegittimo connubio, a meno che non si voglia apporre a Roberto re una parte non troppo decorosa.
nostro autore è contraria affatto alla pittura che ci fece il figlio della casa paterna, udite:
Lì non si ride mai, se non di rado : La casa oscura e muta, e molto trista Me ritiene e riceve a mal mio grado. Dove la cruda ed orribile vista D' un vecchio freddo, ruvido ed avaro Ogn'ora con affanno più m'attrista.
Artwto. pagr. 150. ' Ameto^ pag. 3,
X INTUODUZIONE
Ma, se il nostro autore in uno scritto roman- zesco favoleggia in quel modo de' suoi natali, non ce ne dà altrove prove meno incerte? Sì, senza dubbio.
Nelle Lettere egli chiama Firenze sua patria; nel libro dei Fiumi (prologo) dell'Arno dice che ei ne parla prima, perchè è il fiume della sua 'patria e a lui sino dalla stessa infanzia noto ;^ dalla Fiammetta si fa dire : Posto che colà vada onde nascesti, pe?" quello che io abbia già da te udito y egli fé per accidente noioso. Perciocché , siccome tu medesimo già dicesti , la tua città è piena di voci pompose e di pusillanimi fatti.^ A ciò si deve aggiungere V autorità dell' Aquettini, il quale nel Sonetto, che riferiamo tra le testimo- nianze, ci assicura che il nostro autore nacque in Firenze nelle case presso il Pozzo Toscanelli. Opi- nione sostenuta anche da Anton Maria Salvini, si dubita, sul testimonio dell'Aquettini, ma ben può anche essere ch'egli la fondasse sopra altri documenti ora smarriti o perduti. In fine il docu- mento esebito dal Manni ' e dal quale si ritrae che
' In avitum Certaldi agrum .... deductus e patria sum. — Invideo florentinus Arquati ecc. Epist. ad F. de Brossano, pag. 378-79. — Quia patriae flumen et mihi ante alios omnes ab ipsa infantia cognitus.
* Fiammetta^ lib. ii.
^ Storia del Decamerone, pag. 7-8: — 1317, 10 octobris Boccaccius et Vannes q. Chelini, Populi S. Patri Maioris re- ducti fuerunt in nova distributione salis in dicto populo sub vexillo Clavium, et ibidem solvent libras impositas, praestan- tìas etc. et in dicto populo habitant, iam sunt quatuor anni et
INTKODUZlONK XI
i fratelli Vanni e Boccaccio padre del nostro au- tore abitavano nel 1318 da oltre quattro anni in Firenze nel popolo di San Pier Maggiore, mi pare che tronchi la quistione: anzi questa notizia con- giunta ad altre ci dia perfino il mese, in cui nacque Messer Giovanni. Perocché in un passo dei Casi degV illustri infelici^ parlando della morte di Gia- como Molay gran Maestro dei Templari e di cin- qiiantanove suoi cavalieri, soggiunge che suo pa- dre fu presente a quei luttuosi fatti.' E poi che i Templari furono uccisi nel 1310, e il gran Mae- stro nell'undici marzo 1314, è lecito arguire che il padre del nostro autore soggiornasse in Parigi dal 1310 al marzo del 1314, e Messer Giovanni Boccaccio essendo nato tra il 1313 e il 1314, egli dovè veder la luce in Firenze alla fine del 1314, figlio legittimo di Margherita di Gian Donato de'Martolis, prima moglie di Boccaccio di Che- lino. Difatti essendo i due fratelli Boccaccio e Vanni in Firenze dal 1314, come dal documento fornito dal Manni e sopra riferito, il padre del nostro autore avrebbe dovuto trasportare da Pa-
ultra, et quod ipsi sunt allibrati in Communi de Certaldo Co- mitatus Florentiae, et ibidem contra ius et rationem gravan- tur ad solvend. libras, praestantias etc- — Nel 1361 il 2 di luglio però abitava nel popolo di S. Felicita, come dalla dona- zione di una casa a Iacopo suo fratello posta in detto pofKtlo, e l'atto fu rogato da Ser Angiolo del fu Ser Andrea Donati da Firenze. Si conserva nell'Archivio di Stato di Firenze, ma non è stato possibile vederlo, perchè tra carte non ancora illu- strate; questa notizia la debbo alla gentilezza del sig. Milanesi. ' Lib. IX, art. Templari.
XII INTRODUZIONE
rigi il figliuoletto di pochi mesi, di sei o sette al più. È egli probabile che un uomo del secolo xiv si mettesse con un fanciullo lattante in un viag- gio così lungo, faticoso, e non privo di pericoli? Ed è probabile che di questa strana peregrina- zione, di questo torto paterno, mentre non tace di altri,* non facesse menzione il nostro autore? Vedi più sotto colle parole del Petrarca descritte le difficoltà, i disagi e i pericoli del viaggiare pur per un uomo nel secolo xiv.
Resta a spiegare come il Villani lo dica nato in Certaldo, e naturali patre . . . natus. La prima espressione del cronista fiorentino si spiega con r autepitaffio del Boccaccio :
Mortalis vitae genitor Boccaccius UH, Patria Certaldum.
Perchè è molto probabile che il Villani ignorasse il tempo della discesa della famiglia del poeta da Certaldo in Firenze, e prendesse alla lettera, come ai nostri tempi il Mazzucchelli,* le parole che egli scrisse pel suo sepolcro, offeso d'esser così poco favorito dai cittadini di una città che egli aveva tanto glorificata, tanto amata, tanto fedelmente servita in negozi politici di gran rilievo ; o sivvero eh' egli tenesse per patria quella, d' onde erano i suoi maggiori, anzi che quella, ov' egli era nato. In quanto alla seconda espressione di natu- rali patri son di parere che sia monca e vi si debba
' Ameto, pag. 150.
* Annotazioni alla Vita di F. Villani, n.** 24.
INTRODUZIONE XIII
sottintendere uii' altra parola, legìpliìno; vedendo in atti di altre province usitata F espressione di legipiimo et naturali filio.^ Certo se il Villani avesse avuto sentore del fatto non avrebbe scritto padre naturale, ma figlio naturale; come non ebbe nessun riguardo di scrivere di Giovanni di An- drea principe de' Canonisti, nato di vile stiìpe e figliuolo di un prete.
Gli eruditi quistionarono ancora sulla condi- zione della sua famiglia, e chi la volle illustre e chi vile : in vero non fu né V uno ne V altro : fu, come noi diremmo, del medio ceto ; ma, se si riguarda alla vita del padre e alla sua, divenne nobilissima, e per gli officii pubblici sostenuti, e per le opere mirabili delF ingegno. Non si può dire illustre la famiglia di un mediocre merca- tante, non si può dire plebea la famiglia, quando uno de' suoi, come il padre del nostro autore, fu dei Signori, ossia del magistrato supremo della Repubblica nel 1332; fu degli officiali per coniar nuova moneta nel 1345; e degli officiali dell'An- nona nel 1347. Non si può dire più plebea una famiglia che ebbe un Giovanni Boccaccio, quan- d' anco non avesse sostenute molte difficili amba- scerie pel suo Comune, e delicati incarichi nella
' Nel testamento dì Paolo padre della celebre poetessa Laura Terracina si legge: Reverendo Meriano de Batiis alias Terracina similiter figlio legittimo et naturale de esso testatore. Ricca, La nobiltà delle due Sicilie^ toI. iv, pag. 14 deir estratto.
XIV INTRODUZIONE
sua città; non si può dire ignobile una famiglia non priva di beni stabili, e provvista persino di una cappella gentilizia in S. Croce, uno dei più superbi tempii della città.*
Altri misero in dubbio che egli avesse alcuni beni di fortuna, e fecero povero il padre e più povero lui. Il Betussi afferma che il padre suo fu '^nolto o'p'presso dalla 'povertà. È vero che non si cura di riferire donde egli traesse questa notizia, metodo facile e sbrigativo di fare la storia. Il fatto è che Boccaccio di Chelino lasciava di sua parte più case e vigne nel popolo di S. Iacopo in Cer- taldo,* e aveva dei beni anco nel popolo di S. Mar- tino a Mènsola. Quindi il detto del Villani « la sua povertà » e il lamentarsi frequente dello stesso Boccaccio dell'avversa fortuna, non si possono in- tendere che di una povertà relativa. Il Boccaccio non mancava del bisognevole a vivere; ma difet- tava degli agi, de' comodi, degli strumenti della sua arte, aveva quelle necessità che à un uomo di Lettere, e il volgo ignora, cui basta il solo pane perchè sono
.... fruges consumere nati.
' Sotto le volte innanzi alla Compagnia del Gesù. — Ve- dete ora se sono giuste le cose scritte sulla sua famiglia. Lo Squarciafico, il Sansovino, il Betussi lo dissero nato di vili parenti. — Il Carpentario nel suo Supplem. ad eruditos coe- Ubes a e. 3, lo dice : patre rustico procreatus. — Il Fabricio : Yir ingenio nohilis potius, quam genere vel dignitatibus ! Biblioth. medine et infimae latinitatis.
^ Vedi il Testamento a p. 429. V. Manni, Storia del De- camerone.
INTRODUZIONE XV
Il parlare di sé non sarà un pregio, pur noi yorremmo che tutti i grandi uomini imitassero in questa debolezza il Petrarca, che non avremmo così tante lacune nella vita loro, non resteremmo col desiderio di conoscere i più minuti casi della loro esistenza. Il Boccaccio, assai modesto, pensò a tramandarci le vicende dell' Alighieri e del cantor di Laura e di altri coetanei, anzi che le sue, e però ben poco possiamo raccogliere ne' suoi scritti, e nelle sue stesse Lettere, almeno in quelle poche che restano del suo carteggio. Ed è veramente rincrescevole che questo poco sia presso che tutto quello che trasmisero a noi i suoi contemporanei, non meno dei presenti incuriosi delle glorie mag- giori della nostra patria. Non perdoniamo al Vil- lani, e molto meno a Coluccio Salutati che si van- tava amico strettissimo di lui, tanta negligenza, tanta incuria nel ricercare i gesti di uomo che di- cevano onore non solo di Firenze, ma d'Italia. Mentre il Salutati, quale Cancelliere del Comune, aveva tutto l' agio di farci conoscere 1' nomo po- litico desumendolo dalle relazioni delle sue amba- scerie esistenti allora nell'Archivio di Stato : e il Villani uomo di lettere, dagli amici, dai conoscenti, in Firenze e in Certaldo poteva raccogliere gli aneddoti anco meno noti della vita di tanto uomo, e ci lasciò invece quella miseria di appunti che osò appellare vite degl' illusivi fiorentini.
Dopo tanti secoli, dopo tanti rivolgimenti po- litici, dopo l'incendio dei preziosi manoscritti da
XVI INTRODUZIONE
lui lasciati al Convento di Santo Spirito di Firenze, dopo tante lacune di pubblici archivi, proprio agli anni ove erano i documenti riguardanti il nostro autore, a noi poco resta da dire, anzi non e' è dato che rettificare o interpretare meglio i pochi fatti a noi trasmessi.
IL
De' suoi primi anni.
Della sua infanzia egli ci narra, che, non avendo ancora sette anni, né letto poesie, né udito alcun maestro, fece alcuni poetici compo- nimenti che dimostravano la disposizione del suo ingegno alle Lettere; che all'età di sette anni il padre suo gli fece insegnar grammatica da Gio- vanni da Strada, padre di quel Zanobi che acqui- stò, a' suoi tempi, fama assai maggiore dei meriti. E poscia dopo avere appreso benissimo l'Aritme- tica,* lo collocava presso un grandissimo merca-
' Probabilmente da Paolo dell'Abbaco. — Martino Hankio asserisce che Giovanni nactus est praeceptorem Franciscum Petrarcham, e con ragione, soggiunge il Manni, quando egli lo chiamò suo maestro nelle opere De mulieribus claris. De casibus illustrium virorum, nella Genealogia Deorum, e nella Lettera a Frate Martino da Signa , e poteva aggiungere e altrove. E che perciò? perchè il Boccaccio chiama suo pre- cettore il Petrarca, deve, senza altro, ammettersi che questi fosse effettivamente maestro del Certaldese ? o povera cri- tica. Con altrettante e tali ragioni pensò pure il Manni che anche Francesco da Barberino fosse precettore al nostro Boc-
INTRODUZIONE XVII
tante, affinchè s'addestrasse a quella che era Tarte paterna: ma presso il mercatante, com'egli dice, non fece altro che perdere il tempo per lo spazio •li sei anni. Persuadendosi allora Boccaccio che era inutile contrastare una così forte disposizione alle Lettere, lo pose sotto un famosissimo maestro ■i studiare il Diritto canonico, pensando che que- sta professione avesse a farlo ricco : ma il poeta lichiarava di avervi perduto altri sei anni. Questi studii, scrive egli stesso, l'infastidivano talmente che né la dottrina del precettore né l'autorità del padre, da cui sempre con nuovi comandamenti era stimolato, né i preghi degli amici, né le vil- lanie, non poterono mai inchinargli F animo, tanta era la passione che lo trasportava alla poesia, alla quale ebbe inclinazione grandissima sino dalla te- nera età. Così che venuto a più maturi anni e libero di sé, senza che alcuno lo confortasse allo studio della poesia, anzi di ciò biasimandolo il padre, l'ingegno di lui divenne atto a quello stu- dio che seguì con grandissimo amore e diletto. E prima ancora che egli valesse in esso, non
caccio! E il conte Baldelli (pag. 16, n.° xi) con gli stessi argomenti pretende dimostrare che Dante fosse maestro al Boccaccio. Povero Dante nella sua vecchiaia ridotto a fai"e il pedagogo! e tutto il fondamento di questa ipotesi sono queste parole del Petraixa: primus studiorum dux, prima fax fuerit ! Per le stesse ragioni, anzi maggiori, Virgilio sarebbe stato maestro di Dante, dicendo questi :
Tu se' lo mio maestro e il mo autore, Tu se' solo colui, da cui io tolsi Lo bello stile che m'à fatte onore.
XVIII INTRODUZIONE
ostante che egli vi si opponesse decisamente, i co- noscenti suoi lo chiamavano poeta. E pensava che se il padre fino dalla prima età l'avesse la- sciato libero seguire gli studii, ai quali lo portava natura, sarebbe divenuto uno dei famosi poeti: ma volendo, egli segue, piegar l'ingegno mio prima all'arte mercantesca e poi alla legge, av- venne che io non fossi né buon mercatante, né buon Canonista, e perdessi l'opportunità di dive- nire un notevole poeta. Gli studii delle altre fa- coltà se bene gli piacessero, perchè a quelli non era inclinato, non li seguitava. Nondimeno ò ve- duto, soggiungeva, i sacri volumi, dai quali poi che r età è piena d'anni, e l' ingegno debole, mi ritrassi, parendomi cosa vergognosa che un vec- chio cominci nuovi studii, essendo disonesto il met- tersi a quello che si pensa di non poter finire.^
III.
Del suo innamoramento e delle sue prime opef^e.
Sembra che dal 1233* al 1342 dimorasse in Napoli, e mentre conduceva lieta vita tra i gen- tiluomini di quella città e della Corte angioina.
' Queste poche notizie sono tolte dalla Genealogia, lib. xv, cap. 11.
2 II Villani asserisce che il Boccaccio si recò in Napoli nel suo venticinquesimo anno, ossia nel 1338; ma il nostro autore nella Lettera al priore de' SS. Apostoli scritta nel 1363 ci fa sapere, parlando del Siniscalco Acciaioli: non essere
IXTRODIZIONE XIX
avvenne un giorno, che andandosene solo per la riva deliziosa di Mergellina e Posilipo pervenisse alla tomba ove si credono chiuse le ceneri di Vir- gilio Marone. Forse
L'ora del giorno e la dolce stagione,
il cielo e il mare, il golfo e le rive incantevoli, Tanimo eccitato già da qualche passione, alla vi-
ancora conceduto il trigesimo anno, quando il Siniscalco venne in Napoli semplice mercatante, ed et pure ricordarsene, e quindi egli sarebbe stato in Napoli nel 1333 e pur la data del 1333 si à dall'Ameno (pag. Ili : 114), ore dice che quando sognò la seconda volta la Fiammetta, la riconobbe per quella istessa che aveva sognato sei anni prima e che dal sogno al momento, in cui la vide per la prima volta nella chiesa di S. Lorenzo ei'ano scorsi sedici mesi : e poi che s' innamorò della Fiammetta il 6 aprile del 1341, ne viene che tornando indietro sei anni e sedici mesi, si abbia il 1333. Ma contro questo ragionamento del conte Baldelli sta il fatto che Mes- ser Giovanni limandato al padre dal mercante in età di se- dici anni, come abbiamo da Benvenuto da Imola, ci attesta che por altri sei anni studiò diritto canonico presso un fa- mosissimo maestro e quindi è chiaro che prima di ventidue anni, cioè prima del 1335, non potè fissare la sua dimora in Napoli, e questa data potrebbe accordarsi a quella della Let- tera al priore, perchè se nel 33 fosse andato in Napoli, nel 63 sarebbero appunto 30 anni, mentre egli afferma in essa che ancora non erano tanti. Ma v' è un altro imbroglio. 11 Pal- mieri, riferito dal Tanfani {Vita dell'Acciaioli pag. 22) narra che Niccola Acciaioli nato nel 12 settembre del 1310 fu man- dato dal padre in Napoli al suo ventesimo anno, e però nel 1331, o nel 1332; quindi non saprei conciliare questi dati altrimenti che, o supponendo che il Boccaccio si recasse in Napoli nel suo diciottesimo anno, appena compiuti i sei anni di studio nel Diritto canonico, o che nel Palmieri vi sia un errore, ove dice che tre anni dopo che si fu ammogliato il padre lo mandò a Napoli, e debbasi leggere invece cinque: e a dir vero tra il 3 e il 5 non è difficile lo scambio, quando è scritto in cifra.
XX INTRODUZIONE
sta di quella tomba così famosa al mondo, sve- gliarono nel cuor suo nuovo e cosi ardente amore alla poesia, che se ne partì di quel luogo deter- minato di abbandonare ogni altra, cura per lo studio delle Lettere. E queste e la poesia che in- gentiliscono l'animo, l'apparecchiavano all'amore, poi che
Amore a coi' gentil ratto s' apprende.
Il sette di aprile del 1341 nella chiesa di S. Lo- renzo in Napoli, architettata da Niccola pisano, Messer Giovanni s'innamorava* di Maria d'Aquino,* figlia naturale di Roberto re ; come nel sei d'aprile del 1327, nella chiesa di Santa Chiara di Avi- gnone nel vigesimo terzo anno dell'età sua s'in- namorò di Laura Francesco Petrarca. Quest'ul- timo nel febbraio dello stesso anno (1341), prima di recarsi a cingere la corona di lauro in Cam- pidoglio, patì un esame dal superbo Angioino. Il Boccaccio giovine allora di ventotto anni non osò presentarsi al già famoso aretino, o non seppe in tempo della venuta, del soggiorno di lui, forse perchè lontano da Napoli. Non so come il Ros- setti, il Baldelli ed altri possano sostenere che il nostro autore assistesse all'esame del Petrarca, mentre il Petrarca esplicitamente afferma' non essere stato conosciuto di vista dal Certaldese
' Filocopo, pag. 4 ; Ameto.
' Antonio Ciccarelli pensò che il Boccaccio amasse la re- gina Giovanna sotto il nome di Fiammetta. Vite de" Ponte fici^ Roma, 1588.
* Familiari, lib. xxi, 15.
INTRODUZIONE XXI
prima del 1350, allorché questi T ospitava in Fi- renze. Ed è probabile che il Boccaccio non facesse mai parola di questo fatto, egli che tanto si dilet- tava parlare dell'amico, come si vede da' suoi scritti, com'è attestato dal Salutati?'
L'amore a Maria d'Aquino gli destò dapprima l'estro, lo sospinse a comporre le prime opere, il Filocopo e la Tcseide, a quanto sembra, innanzi il 1342, nel quale anno o nella prima metà del quarantatre tornava in Firenze, non già nell'anno antecedente, come apparisce dalla lettera dell'Ac- ciaioli che à la data dei 28 di agosto 1341, data sbagliata da che in essa si parla della morte di Dionigi Roberti vescovo di Monopoli, avvenuta nel 1342. Né può differirsi oltre il giugno del 1343 il suo ritorno, perchè, favellando della tirannide e della cacciata del Duca d'Atene, ne discorre come di cosa da lui veduta. -
Nel suo breve soggiorno in Firenze il nostro facondo scrittore dettò VAmeto e V Amorosa vi- sione, parlando nella prima di Roberto re, come vivo, e Roberto moriva il 19 gennaio 1343; e nella seconda di Alianora Gianfigliazzi maritata a Pacino Peruzzi come di novella sposa ancora citata già nell'olmeto.'
Molto probabilmente nel 1344 fece ritorno a
* Lettera al Brossano, pag. 477.
' Cas. tir. ili., lib. ix. Il Duca d'Atene fu cacciato il 26 lu- glio 1343.
* Vedi Baldelli, Vita del Boccaccio^ pag. 375, Manni, Sto^ ria del Decamerone, pag. 54; Ameto^ pag. 62.
XXII INTRODUZIONE
Napoli e quivi imprese a scrivere V Amorosa Fiam- metta; ma circa la fine del 1349' egli rimpatriava per la morte del padre, e un atto come tutore del fratello Iacopo in data del 26 gennaio 1350 ce lo fa vedere indubitatamente in Firenze.
Gli argomenti, per meglio dire, gl'indizi, che il Baldelli adduce a provare che nel 1351 fosse scritta la Vita eli Dante, ci paiono assai deboli. Egli dice: questa prosa « ei deve averla scritta « dopo VAmetOj essendo più pura e più elegante « della citata, e da questa apparendo che non era « uomo maturo di senno, e meditante gli affari « della patria. La vita di Dante è scritta tuttavia « con meno purezza del Decamerone che vide la « luce nel 1353. Dunque in questo o nel seguente « anno stimerei che avesse compilata quest'opera, « perchè credo probabile, che per la sua legazione « in Ravenna, avendo riveduta la tomba dell'esule « Dante, ei s'infiammasse di quello sdegno gene- re roso che lo mosse a scrivere l' apostrofe ai Fio- « rentini ». *
Non sempre nelle opere dei grandi artisti al- l' ordine cronologico corrisponde un ordine di progressivo perfezionamento, poiché l'effettuazione mìghore o peggiore di una bellezza ideale non è
' Il padre gli morì nel 1348, ma dopo il mese di luglio, perchè in questo fece un codicillo al testamento per mano di Ser Piero Nelli, testamento che aveva stipulato per rogito di Ser Domenico di Ser Iacopo Bonaffare di Certaldo. Manni, 1. e. pag. 21.
» L. e, pag. 378-79.
INTRODUZIONE XXIII
data soltanto dall'età o dalla esperienza, ma dalle condizioni speciali dell' intelletto e dell'animo, non che dall'attitudine della mano, quando si tratta delle arti figurative. E però non mi pare conforme ai canoni di sana critica il determinare la cronolo- gia dell'opere di un autore dal grado diverso della perfezione loro. Oltre di ciò il conte Baldelli si contraddice ammettendo che ilDecamerone,* opera più perfetta, fosse scritta dal Boccaccio nella sua giovane età,* e una parte del quale avrebbe letta alla regina Giovanna sino dal 1344.' Meno im- probabile ci pare l'altro indizio tolto dall'apostrofe de' Fiorentini, comunque quello sdegno potesse es- sersi acceso nel nostro autore e prima e dopo che aveva veduto la tomba dell'Alighieri, al solo ripensare la sorte di tanto concittadino.
IV. Della sua relazione col Petrarca.
Nel novembre del 1350 aveva fatto personale conoscenza del Petrarca, il quale già da qualche anno amava
, .... come per fama uom s' innamora.
* II SaWiati reputa che il Becanierone vedesse la luce nel 1353. Avvertimenti della lingua volgare^ voi. i, pag. 112.
' Vedi Baldelli, 1. e. lib, i, § xl; e il Boccaccio nella Lettei-a a Maghinardo Cavalcanti (a pag. 298) disse: None dovunque chi a mia scusa sorga e dica : giovane scrisse e costretto dal comando di chi molto poteva.
'" Baldelli, 1. e. pag. 376.
XXIV INTRODUZIONE
E forse era già con lui in epistolare corrispon- denza, dicendo nella lettera al Brossano, scritta il 7 di novembre del 1374, che per oltre qua- ranta anni era stato suo, ossia sino dal 1333; e prima che il Petrarca venisse in Firenze il Boc- caccio gli aveva mandato un Carme, al quale forse è risposta l'Epistola 17 del libro in delle poetiche di Messer Francesco. Mi piace di riferire la de- scrizione dell' incontro dei due grandi uomini colle parole medesime di uno di essi:
« Mai non sarà che dalla mia mente parta
« come anni sono, a me che frettoloso viaggiava « nel bel mezzo d'Italia, tu nel cuor dell' inverno, « non con gli affetti soli, che sono quasi i passi « dell'anima, ma tratto da meraviglioso desiderio « di un uomo che visto ancora non avevi, in per- « sona venisti ad incontrarmi, dopo aver mandato « innanzi un pregevole carme, e risoluto d'amarmi, « prima dell' ingegno, poscia del volto tuo volesti « che mi venisse dinanzi agli occhi l'aspetto. Vi- « cina era la sera, e già sul declinare del giorno, « e quasi tornato da lungo postliminio e riposto € alfine il piede dentro le patrie mura, io m' iri- « contrai con te, che in modo oltre il mio merito, « riverente e cortese, mi accogliesti meco rinno- « vando il poetico incontro di Anchise col re « Arcadie :
Cui giovanile amor spronava ardente
A chiamarlo per nome, e destra a destra Stringer con esso.
INTRODUZIONE XXV
« Imperocché, sebbene come quegli io non ince- « dessi più sublime, ma umile piii di tutti, non « era meno del suo infiammato il mio cuore. Non « sotto il tetto di Fineo, ma nei sacri penetrali « deir amicizia tua mi ricevesti, ed io a te non « una insigne faretra, né licie saette, ma la per- « petua e sincera mia benevolenza in dono la- « sciai. In molte altre cose a te inferiore, solo in <c questa né a Niso, né a Pitia, né a Lelio stesso « ceder vorrei » .'
Nell'aprile del 1351 * la Repubblica fiorentina spediva il Boccaccio ambasciatore al Petrarca per significargli che lo richiamavano dall'esilio, e gli restituivano i beni già confiscati al padre suo Pe- tracco nel- 1302.
Messer Giovanni ci narra con la stessa sua maestria la vita eh' ei condusse in Padova con r amico. « Credo, egli dice, che tu ricordi, ottimo « maestro mio, come ancor non sia trascorso il € terzo anno da che venni a te in Padova am- « basciadore del nostro Senato, ed esposta la com- 4C missione, teco fui alquanti giorni, da noi quasi « che tutti passati ad uno stesso modo : tu davi « opera ai sacri studii, io cupido de'tuoi compo- ne nimenti me ne facevo copie. Piegando poi il « giorno al tramonto, sorti insieme dalle fatiche « ce ne andavamo nel tuo orticello già dalla pri-
' Petrarca, Epist. fam., lib. xxi, 15, trad. dal Fracassetti. * Il Manni ignorò la data di questa ambasceria. Vedi 1. e. pag. 36.
XXVI INTRODUZIONE
« mavera ornato di fronde e di fiori: a noi s'ac- « compagnava terzo Silvano {Petrarca) uomo di « esimia virtù, amico tuo, e tratto tratto sedendo « e favellando, quanto del giorno rimaneva tra- « passavamo in placido e lodevole ozio sino alla «notte».' E poi soggiunge che tra gli altri di- scorsi che ebbero fu quello delle condizioni d'Italia, per amor della quale il Petrarca s'indignava con- tro i Principi e i Pontefici che trascuravano il bene del nostro paese; con tutto ciò, aggiunge il Cer- taldese, ora tu stai alla Corte di uno di quei prin- cipi che nelle familiari conversazioni tu fieramente dannavi.
Il Petrarca parve disposto ad accettare, ma poscia mutato pensiero se ne tornò a Valchiusa. I Fiorentini indispettiti di non potere averlo ad illustrare la loro Università, riconfiscarono i beni di Petracco con sì tumide parole già restituiti al figlio. Il Petrarca due anni dopo (1353, 1 maggio) tornando in Italia, lusingato dall'arcivescovo Gio- vanni Visconti, nemicissimo dei Fiorentini, rimase alla sua Corte con grande scandolo di tutti gli amici suoi, molti de'quali gli scrissero lettere piiì 0 meno acerbe, ed una bellissima il nostro autore coprendo sotto allegoria il rimprovero.. Ivi tra le altre cose notevoli sono queste: « Io stimo ch'egli « farà le sue difese, e dirà : eh' egli sa bene quel « che si faccia; ch'ei si fu mosso da acerba in-
' Lettera al Petrarca: Ut huic epistolae ecc. pag. 41.
INTRODUZIONE XXVII
« dignazione, beffato dai silvicoli suoi, i quali Tan- * tica selva e i paterni paschi, una volta ingiu- 4c stamente rapiti, avendogli restituito, poi ritolto « avessero per una sua leggerezza, non per una « colpa. Questo, di cui egli si duole, è vero, e nes- « suno meglio di me lo sa, essendo io stato media- le tore in tali faccende e curatore e portatore del- € l'offerto dono. E son ben lontano dal condannare « cosiffatta indignazione; che non siamo uomini 4c di sasso e del tutto privi di ogni esperienza, anzi « sensibili ed alquanto avveduti. Pessimamente fu « adoperato né senza macchia degli operatori. Ma <( tolga Iddio che io creda che chicchessia, per « qualsiasi ingiuria ricevuta, possa fare contro la « patria santamente, giustamente ed onoratamen- te te; né soggiunga : Se dal nemico della patria per « giusta indignazione divenni amico, tuttavia non « precipito a guerra, non adopero le forze, non « presto consigli. — Si conceda che il faccia; ma « egli non si può negare, cioè che insieme con « Egone (l'arcivescovo di Milano) si rallegri men- « tre ode la rovina, gì' incendii, le prigionie, le « morti, le rapine e le devastazioni e le ignomi- € nie della patria, il che è grandissima scelierag- « gine. Ma lasciamo le cose spettanti alla guerra. « Questo egregio lodatore e cultore della sohtu- « dine, che farà cinto dalla moltitudine? Egli con- < sueto esaltare e con tante lodi la vita libera, « la povertà onesta, sopposto a giogo straniero, « ornato di ricchezze disoneste? che farà il chiaris-
XXVllI INTRODUZIONE
« simo esaltatore della virtù? divenuto seguace « dei vizi, la celebrerà ancor d'avvantaggio ? Lo « so che nuir altro gli rimane se non arrossire e « le azioni sue condannare e quel carme di Vir- « gilio ripetere apertamente o tra sé cantare:
« . . . . Quid non raortalia pectoia cogis, Auri sacra fames ? »
Certo queste sono aspre, violenti parole che le deboli fibre moderne non sopporterebbero; e l'amicizia saria rotta per sempre. Allora non av- venne nulla di tutto questo. Messer Francesco seguitò a vendicarsi de' Fiorentini, a stizzirli, sog- giornando presso il loro più temuto avversario, e ad amare l' ingenuo amico che parlava ed operava secondo un ideale che non ebbe e non avrà mai effettuazione. 11 nostro Boccaccio, comecché sog- giornasse alla Corte angioina, tutt' altro che esem- plare, serbò la semplicità e la bontà del costume fiorentino, come c'è dipinto dall'Alighieri: ma il Petrarca alla Corte pontificia d'Avignone, nella Babilonia occidentale, conobbe meglio gli uomini e i tempi, e la scienza della vita, e dicendo peste di Principi e di Papi/ seppe tuttavia farsi creare una fortuna e da Papi e da Principi, con cano- nicati * e benefizi e fu ricolmo di onori. Si che si
' Vedi i tre famosi sonetti contro la Corte Pontificia.
' Urbano V lo creò canonico di Carpentrasso ( De Sade, ni, pag. 662), fu canonico di Padova. A Mantova fu invitato af- fettuosamente dal march. Gonzaga, accarezzato dall'arcivescovo Visconti a Milano; Carlo IV imperatore gli chiese la dedica- zione di alcuna opera sua.
INTRODUZIONE XXIX
vede che le stesse cose secondo che si esprimono in un modo o in un altro, opportunamente o no, producono i più opposti effetti.
L'amicizia di questi due grandi uomini seguitò inalterata sino alla morte di Messer Francesco. Il Boccaccio, la cui operosità è maravigliosa an- che agli uomini operosi, sapeva trovar tempo non solo a molti e svariati lavori originali , ma pure alla trascrizione di non pochi libri, dei quali poi era liberale con gli amici. Difatti tra il 1354 e il 1355 il nostro autore mandò in regalo al Pe- trarca una copia del trattato di Agostino intorno ai Salmi, e alcune opere di Cicerone e Varrone; e più tardi (nel 1359) gli spediva la Divina Com- media tutta di suo pugno, dopo che era stato ospite di lui per alcuni giorni in Milano. Il Pe- trarca tra le cause del suo silenzio col Priore de' SS. Apostoli annovera la compagnia dell'ami- co, in questi termini: « e questa diligentissima « compagnia d'un amico comune, alla quale tranne « che è breve, nulla mancherebbe da te in fuori. « Placidi scorsero per me e taciti i giorni, ne io
< me ne avvidi. Ma quello che la penna non può, « farà la sua voce. Porgi alle sue parole con piena
< fede r orecchio ; da lui saprai quel che penso e «: quel che faccio ; eh' ei la mia vita, le mie cose, « le speranze mie, tutto insomma di me perfetta- « mente conosce ».*
• Petrarca, Epist. famil., lib. xx, 7.
XXX INTRODUZIONE
Né il Petrarca risparmiò rimproveri all' amico. Difatti, allorché dopo il coronamento del medio- crissimo poeta Zanobi da Strada per le mani del- l' Imperatore Carlo IV in Pisa, Messer Giovanni disdegnava di esser chiamato poeta, il Petrarca gli scriveva: « Credi tu dunque di non poter es- « ser poeta, perchè del serto Apollineo non fosti « sinora coronato ? E se dal mondo sparisse l' al- « loro, sarebbero condannate al silenzio le Muse ? « E all' ombra di un pino o di un faggio non « posson cantarsi dolcissimi versi ? »
Quanto gli uomini di Lettere s'illudono pen- sando che altri possa far conto di loro, sol per- ché essi valgano nell'arte, o perché coli' ingegno illustrino la patria! Essi non sono pregiati che dopo morte, quando i posteri menano vanto della loro gloria come di cosa propria, perché nati sui loro sepolcri, come i vermi su la carogna di un generoso destriero morto in battaglia.
Più tardi poi il Boccaccio disperando d'egua- gliare Dante e il Petrarca nella poesia lirica, dette alle fiamme moltissime poesie, e allora Messer « Francesco gli scriveva : « Te solo per avven- « tura fra mille io conosco, cui non l' amore, ma « l'odio e il disprezzo delle cose proprie falsi il « giudizio: se pure non io m'inganno stimando « nascere da umiltà quello che da superbia pro- «cede: e perché tu meglio m'intenda, ecco mi « spiego ». E qui soggiunge che tormentandolo molti volgari rapsodi per aver poesie « avendo io
INTRODUZIONE XXXI
« dimandato ad alcuni di costoro , perchè sempre « a me e non ad altri, e spezialmente a te non « rivolgessero la loro preghiera, mi risposero che « più di una volta vi si erano provati senza averne « per altro mai nulla ottenuto : di che facendo io
< le meraviglie, o dicendo di non intendere come « un uomo per natura generosissimo si mostrasse « tanto avaro di poche parole, soggiunsero quelli « aver dato alle fiamme tutti i versi che scritti « avevi in lingua volgare. Pili che mai meravi- « gliato chiesi il perchè di codesto tuo fatto , né 4c fu chi potesse addurmene la ragione da uno di « essi in fuori, che disse di aver sentito, o di sti- « mare egli stesso, che tu fatto ormai maturo degli € anni, e già canuto, abbi in animo di dare nuova € forma a quei componimenti, che sulla prima ado- « lescenza e nella giovinezza avevi dettati. Parve € veramente a lui, non meno che a me da questo « tuo proposito chiarirsi in te una fiducia di vi- « vere a lungo, che fatta pure ragione della tua
< robustezza e della prudenza tua, non può non « dirsi soverchia, spezialmente in questa razza di € tempi. Ma quello ond' io più meravigliava, si « era lo strano partito di bruciare gli scritti che
< volevi correggere. E come correggere quello € che più non esiste ? E lungo tempo io così mi € rimasi stupefatto di quanto avevo udito ; ma ve- « nuto poi in questa città, e familiarmente trat- € tenendosi ogni giorno con me il nostro Donato € (Albanzani) che tanto ti ama, e tanto ti è de-
XXXII INTRODUZIONE
« voto, cadde il discorso su tal proposito, e da lui « la cosa che già sapeva mi fu confermata, e me « ne fu svelata l'ignota cagione. Perocché egli mi « disse, come tu fin dai primi anni tuoi assai ti « fossi dilettato della volgare poesia, molto spen- « dendoci intorno di tempo e di studio, finché fra « le tante e svariate tue letture essendoti abbattuto « negli scritti miei giovanili, sentisti d'un tratto « raffreddare l'ardore che a te le dettava , né ti « bastò l'astenerti dal più comperile, ma le già € composte prendesti a schifo per modo, che tutte « le gittasti alle fiamme, né già con animo di ri- «c farle e correggerle, ma per distruggerle al tutto, « e te non meno che i posteri frodasti del frutto « di tante fatiche, solo perché le stimasti inferiori
« di pregio alle mie Che tu non ti
« acconci al secondo posto o al terzo, scusami, « e'mi pare nascere in te da vera superbia. Im- « perocché l'avere tanto a male d'esser posposto « a me, che mi terrei a vanto di poterti essere « uguale, o a quel principe primo del nostro vol- « gare, e del vederti così preferiti uno o due e « specialmente dei tuoi concittadini, e qualunque <c e' siano certamente pochissimi, scusami se te lo « ripeto, ciò mi sa di superbia più che il preten- « dere all'assoluto primato su tutti. Conciossiachè « l'agognare all'eccellenza può credersi effetto di « spirito magnanimo ; ma il soffrire a malincuore € V essere agli eccellenti vicino, é proprio al certo « di mente superba. Mi vien detto che quel vec-
INTRODUZIONE XXXIII
« chio da Ravenna, in siffatta materia giudice « assai competente, quando di tali cose ragiona, « a te suole assegnare il terzo posto: se questo ti « par poco, se credi che io ti tenga lontano dal « primo, il che non faccio, ecco ti cedo il passo, 4( e libero ti lascio il secondo posto ; ma se rifiuti « ancor questo, non te la perdono. Se soli i primi <c fossero illustri, vedi bene quanti rimarrebbero ^nell'oscurità, e quanti pochi sarebbero, a cui « giungesse un po'di luce ».
Il Petrarca non meno del nostro autore co- nosceva e condannava con fiere parole i vizi e le arti scellerate della Corte d'Avignone che la Cristianità appellava « la Babilonia occidentale ». Ma Messer Francesco lo fece in modo da destar molto meno le ire degli ecclesiastici in quanto che feri la Corte, ma non toccò direttamente monaci e preti, i quali sono sempre disposti a ribellarsi ai proprii superiori che li opprimono e li caricano di tutte le fatiche dell' officio loro, mentre essi ne godono lautamente i frutti : e quindi si spiega come dal clero siensi operate le divisioni o gli scismi nella Chiesa. 11 Boccaccio invece non colpi soltanto la Corte pontificia, egli feriva mortalmente coli' arma irresistibile del ridicolo le imposture e le arti de' monaci e dei preti, donde la guerra a lui 'che non cessa nemmeno ai nostri giorni. Né anno torto ; che per le mani di pochi va il Can- zoniere, e da pochi sono letti e in pochi fanno effetto i pochi versi contro il Papato ; ma il De-
XXXIV INTRODUZIONE
camerone corre per le mani di tutti, e uomini e donne provano l' efficacia del dire e ridono e bef- fano ciò, di cui ride e si beffa l' autore. Il Deca- merone in alcuni codici si vede appellato Principe Galeotto per gelosia di mestiere da quelli che fa- cevano e fanno il Decamerone vivo e vero. I santi Inquisitori non sappiamo che si siano commossi alle immoralità del Corbaccio e della Fiammetta, ove r adulterio è legittimato, ma la santissima In- quisizione e la Curia romana dettero V importanza di un negozio di Stato alla castrazione del Deca- merone. E ai Fiorentini parve grazia straordinaria che il Locatelli, già confessore di Pio V, impe- trasse da Gregorio XIII che le cento novelle non fossero mutate se non in quanto offendevano il buon nome degli ecclesiastici addossando i mali costumi dei cherici alla società civile; e cambia- rono le Badesse e le Monache innamorate dei loro ortolani in Matrone e Damigelle; i Frati impostori di miracoli in Negromanti ; i Preti adulteri delle Comari in Soldati, e mille altre trasformazioni e interpolazioni inevitabili. *
Ne la guerra dei Monaci cessa ai nostri giorni. Il Boccaccio narrava a Benvenuto da Imola che essendo in Puglia mosso dalla fama del luogo si recasse al nobile Monastero di Monte Cassino. E bramoso di vedere la Libreria, che aveva udito
* Vedi Foscolo, Discorso storico sul testo del Became- rone, pag. 290.
INTRODUZIONE XXXV
esservi nobilissima, dimandò ad un monaco mo- destamente, come soleva egli che era soavissimo, che gli aprisse per grazia la Biblioteca e quegli duramente rispose mostrando un alta scala: salì che è apetHa. Ed egli lieto salendo trovò il luogo di tanto decoro senza porta ed entrato vide l'erba nata sulle finestre, e tutti i libri e i banchi co- perti di alta polvere. E pieno di meraviglia comin- ciò ad aprire e svolgere or questo ed or quel libro, ed osservò molti e varii volumi di antichi e rari libri. Alcuni dei quali erano mancanti di quiderni, altri avevano recisi i margini, e cosi in molti modi deformati. Finalmente dispiacente che tante fati- che e studii di valorosi ingegni pervenissero alle mani d'uomini perdutissimi, dolente e lacrimando si ritirò. E nel Chiostro ad un monaco che incon- trava dimandò come mai quei libri preziosissimi fossero così turpemente mutilati. E quegli rispose che alcuni monaci volendo lucrare due o cinque soldi con quei quiderni ne facevano dei Salterioli per vendere ai fanciulli, e co' margini dei Brevi che vendevano alle donne. E Benvenuto conchiude la narrazione esclamando : Or dunque, o studioso, rompiti il capo a far libri.*
^ Commento alla Divina Commedia^ Farad, xxii, v. 74: Volo ad clariorem intelligentiam huius literae referre illud, quod narrabat mihi jocose venerabilis Praeceptor meus Boc- cacciua de Certaldo. Dicebat enim, quod dum esset in Apulia, captus fama loci, accessit ad nobile Monastcrium Montis Cas- sini, de quo dictura est. Et avidus videndi Librariam, quam audiverat ibi esse nobilissimara, petivit ab uno Monache hu-
XXXVI INTRODUZIONE
Ma il Padre D. Luigi Tosti che aveva calun- niato l'Alighieri per difendere Papa Bonifacio Vili, non si perita a trovare argomento per iscolpare i Monaci confratelli del secolo xiv. Egli non può credere vera la narrazione del Boccaccio, perchè nessun codice oggi iroimsi co' margini tagliatiy o strappati i quiderni} Quanta semplice ingenuità monacale ! E termina dando un' accusa di falsario al nostro certaldese : « Se non vogliamo, egli dice,
militer, velut ille, qui soaTissimus erat, solebat, quod deberet ex gratia sibi aperire Bibliothecam. At ille rigide respondit, ostendens sibi altam scalarti : Ascende quia aperta est. Ille laetus ascendens invenit locura tanti thesauri sine ostio vel davi ; ingressusque vidit herbam natam per fenestras, et libros omnes cum bancis coopertis pulvere alto. Et mirabundus coepit aperire et volvere nunc istum librum, nunc illum, invenitque ibi multa et varia volumina antiquorum et peregrinorum li- brorum. Ex quorum aliquibus erant detracti aliqui quinterni, ex aliis recisi margines chartarum, et sic multipliciter de- formati. Tandem miseratus, labores et studia tot inclytorum ingeniorura devenisse ad manus perditissimorum horainum, dolens et illacrymans recessit. Et occurrens in Claustro, pe- tivit a Monacho obvio, quare libri illi pretiosissimi essent ita turpiter detruncati. Qui respondit quod aliqui Monachi vo- lentes lucrari duos vel quinque solidos, radebant unum qua- ternum et faciebant Psalteriolos, quos vendebant pueris ; et ita de marginibus faciebant Brevia, quae vendebant mulie- ribus. Kunc ergo, o vir studiose, frange tibi caput prò fa- ciendo libros. — Benvenuto da Imola, Com. Ap. Murai. Antiq. , t. 1, col. 1296; e la decadenza in quel tempo dei Monaci Cas- sinesi è attestata chiaramente da Dante I. e. che fa dire al fondatore dell' Ordine :
.... la regola mia Rimasa è giù per danno delle carte. Le mura che soleano esser badia Fatte sono spelonche, e le cocolle Sacca son piene di farina ria.
• Storia di Montecassino^ t. iii, pag. 99.
i
INTRODUZIONE XXXVII
far divorzio con ragione, è a dire die tutte queste circostanze furono imaginate dall'autore del Deca- merone per mordere e beffarsi dei monaci! * E fino a quando i monaci seguiteranno a falsare le storie, ad infamare i nostri più grandi uomini? Ma né raglio d' asino arriva al cielo, né i raggi del sole s'imbrattano del fango che illuminano.
Però non è meraviglia se un monaco, un tal Gio vacchino Ciani, in cui l'impudenza fé' l'ultima piova, osasse recarsi dal Certaldese a nome di Pietro Petroni morto nella Certosa di Siena, e a nome di lui l'esortasse a cambiar vita, e a de- testare il contaminato modo di 'poetare, perchè, se perseverasse nella protervia, avrebbe fine pros- simo, lacrimevole e miserando, e per acquistarsi fede gli rivelava cose segrete dell'animo di lui.* Questo brutto scherzo fu fatto al Boccaccio nei primi mesi del 1361, e morì quattordici anni dopo, come tutti i valenti uomini muoiono. Peraltro il Boccaccio uomo di molta buona fede, e comun- que avversario del Papato, sincero credente, si spaventò di quella singolare audacia, e ne scrisse tosto al Petrarca, il quale più addentro nelle cose pretesche rispose confortando l'amico con molte sensate parole:
« Gran portento, convien pur dirlo, è cotesto, « che Dio, ( che il frate affermava essere apparso
• Ibid.
* Senili^ lib. v, 2, passim.
XXXVIII INTRODUZIONE
«al Petroni!) vedessero occhi mortali; grande, <c se è vero. Ma nuovo e inusitato non è che fole « e menzogne si coprano sotto il velo di religione, « di santità, e del giudizio di Dio si faccia man- « tello alla frode e all' inganno. Di questo peraltro « al presente io nulla voglio definire. Quando co- « testo messaggero del morto, che prima a te, « perchè forse più gli eri vicino, recò V imbasciata, « e quindi passato, come tu dici a Napoli, s' im- « barcò per la Gallia e per la Bretagna, a me « da ultimo si farà innanzi, e meco per la parte « che mi riguarda, adempirà la sua commissione, « allora vedrò qual grado di fede debba aggiu- « starsi alle sue parole.
«Tutto in lui scruterò attentamente: l'età, « la faccia, lo sguardo, i costumi, la maniera e « lo starsi, ed il muoversi, e l' atteggiarsi della « persona, e il suono della voce, e il tenor del « discorso, e soprattutto la conclusione di questo, « e r intenzione di lui che favella. Stando per « ora a quel che tu dici, io debbo credere che « quel santo uomo vide in punto di morte noi « due ed alcuni altri, ai quali volendo far sapere « segnatamente alcune cose , costituì dell' ultima « sua volontà esecutore costui, da te stimato uomo « accorto e fedele. Questa è la storia del fatto. « Del resto quel che agli altri abbia ei detto s'igno- « ra: quanto a te, tacendomi il rimanente del suo « discorso, a due soli capi tu lo riduci : il primo « che a te già sovrasta la morte, e che per pochi
INTRODUZIONE XXXIX
« anni ancora ti durerà la vita : e V altro che re- « nunziare tu debba allo studio della poesia. Ecco « onde nacque quella costernazione dell'animo tuo, « che leggendo la tua lettera io pur sentii, ma <K che ripensandovi si dileguò, come tengo per « fermo che se a me darai retta, anzi a te mede- « simo ed ai dettami della ragione naturale, non « solamente tu pure la deporrai, ma sarai con- « vinto che ti dolesti di cosa, ond' era invece da « rallegrare.
« Non creder già eh' io voglia scemar fede al « vaticinio. Quel che da Cristo si dice non può « non esser vero : esser non può che la verità mai « mentisca. Ma qui sta il punto : e si convien giu- « dicare se questo veramente Cristo abbia detto « e non piuttosto altri del nome di Cristo si valga, « come vedemmo sovente coli' essersi fatto per « acquistar fede all'impostura ».*
Sembra che il Boccaccio pei conforti dell'amico e pei suggerimenti della ragione si riavesse ben presto e reagisse contro le arti degl'impostori. Difatti nella Genealogia degli Dei* scrisse un ca- pitolo per dimostrare non essere cosa disonesta che i Cristiani trattino delle cose dei Gentili, e nella Dedicazione ad Ugo re di Cipro aggiunse: « Imperocché, sebbene meno bene dica, ecciterò
' Senili^ lib. i, 3, in principio. Vedi questo volume a pag. 101.
» Lib. XV, e. 10.
XL INTRODUZIONE
« tuttavia a dir megiio altri più sapienti, e questo « facendo, primieramente scriverò quelle cose che « mi sia dato d'intendere degli antichi: quindi « ove difetteranno, o meno pienamente, a mio av- « viso, esporranno, riferirò il mio giudizio, e que- « sto di buon grado farò, acciò che agli ignari e « a quelli che fastidiosamente detestano i poeti « che non intendono per niente, apparisca, come « quelli, sebbene non cattolici, siano stati adorni « di tanta sapienza, che nulla opera più artistica « deir umano ingegno venne circondata di fin- « zione, né ornata di culto più bello della parola. « Dalle quali cose chiaramente si manifesta, eglino « essere stati imbevuti di molta sapienza mon- « dana, della quale son digiuni spessissimo gli sto- « machevoli riprensori loro ; delle quali cose espo- « ste per lo artificio degl' imaginosi poeti, e le « parentele e le affinità degl' inutili dei, vedrai « molti fenomeni naturali con tanto mistero occul- « tati che ti meraviglierai ».*
Ed a un'altra parte della stessa lettera il Petrarca rispondeva: « se tu sei fermo nel tuo « proposito di abbandonare tutti gli studii, e vera- « mente sei risoluto di vendere i libri, e allonta- « nare per tal modo da te anche gli strumenti delle « lettere, con tutto il cuore ti ringrazio, perchè ti « piacque in questa vendita a qualunque compra- « tore preferire me avido di libri, come tu dici, e
' Vedi a pag. 207.
INTRODUZIONE XLI
« come ingenuamente io confesso E sebbene a
« me quasi sembri di comprar cosa già mia, lo fac- « ciò, perchè non mi patirebbe l'animo di vedere i « libri di tant' uomo dispersi o venuti in mano ai « profani. Come dunque sebbene divisi delle per- « sone, fummo noi sempre dell' animo una cosa <c sola, così questo tesoro che fu la scorta e la « guida de'nostri studii ( se piaccia a Dio di appa- re gare il mio voto ) riunito tutto in un corpo dopo « la morte nostra voglio che passi a qualche luogo « pio, che perpetuamente conservi la nostra me- « moria. A tal partito m' appresi, poiché cessò di « vivere colui che degli studii miei m' impromisi « a successore. Fissare per altro il prezzo dei li- « bri, siccome per tua bontà tu vorresti, io non «posso; che d'essi non conosco né i titoli, né « il numero, né il valore. Fa' tu di mandarmene «una nota precisa, e attendi al patto ch'io ti « propongo. Se sarà mai che, secondando il mio « costante desiderio, e attendendo la promessa che « un giorno quasi me ne facesti, tu ti risolva a « passar meco quel tanto di vita che ci rimane, « cotesti libri, e questi che da me raccolti devi « stimare per tuoi, troverai uniti per modo che tu « debba conoscere nulla aver perduto .... Ai la- « menti che, secondo il solito, mi vai facendo della « tua povertà, io non voglio contrapporre conso- le lazioni ed esempi di poveri illustri. Son cose « a te notissime. Solo a chiare note questo vo- « glio risponderti : che alle molte e tarde ricchezze,
XLII INTRODUZIONE
« le quali io t'aveva profferte, abbia tu preferito « la libertà deiranimo, e la tranquilla tua povertà; « sta bene e te ne lodo. Ma del disprezzo che «fai di un amico, il quale t'invitò tante volte, « di questo no, non posso lodarti. Io non son « tale che di qua ti possa far ricco. Se fossi, non « la parola o la penna, ma parlerebbero i fatti : « son però tale che posseggo più che non basta « a sopperire al bisogno di due, che vivan con- « giunti di cuore e di casa. Grave torto mi fai se « mi schifi; se non mi credi, me lo fai piii grave. Addio ».*
Il turbamento di Messer Giovanni dovè essere momentaneo, rassicurato dai consigli di chi egli chiamava precettore e signore; da che non se n'à più cenno nel suo carteggio, né in quello del- l'amico eh' è specchio del suo perduto. Ma non se ne stettero i Monaci, i quali tolsero ogni appa- rente occasione per dare a credere che il Boc- caccio fosse tornato a loro, al sacro ovile, tra le pecorelle smarrite. Difatti quando egli si recò alla Certosa di S. Stefano in Calabria, per passare alcuni giorni in quell' ameno ritiro, ove avealo in- vitato l'abate di quella, Niccolò da Montefalcone, che poi non si fece trovare, si sparse che Messer Giovanni si era fatto Certosino, e si credè, e il buon Sacchetti ne scrisse il sonetto che qui ri- ferisco :
' Senili, lib. i, 5, trad. dal Fracfassetti.
INTRODUZIONE XLIII
Sonetto di Franco mandato a Messer Giovanni Boccacci, quando fama corse, lui esser fatto frate di Certosa a Napoli.
Pien di quell'acqua dolce d'Elicona,
Fra l'alte Muse del Parnasso Monte
Vivuto sete, o copioso fonte
D'ogni eloquenza, come fama sona; E ben veduto ciò che il mondo dona,
E quanto è corto e stretto il nostro ponte,
Fermando all'occidente l'orizzonte
Fuggito avete l'aurea corona. E per veder più su eh' e' sette cieli
Compreso di ciascun, che scrisse il vero.
Avete preso Certosana veste ; La mente contemplando al sommo impero,
Acciò che gloria da voi non si celi,
Così virtù nel fin vi manifesta.
E posteriormente si volle far credere che ve- stisse l'abito clericale solo perchè studiò diritto canonico, suo malgrado ; e il Manni * presta fede al gesuita spagnuolo Suares,* il quale disse di avere scoperta la dispensa, con la quale il Pon- tefice gli permise, non ostante la sua illegittimità, d'entrare nello stato ecclesiastico, dispensa che il gesuita si guardò dal pubblicare. E s'intende come invano la ricercasse il sig. Guerin, segre- tario dell'Ateneo di Valchiusa, per commissione del conte Baldclli.'
Nella primavera del 1363, quando fuggì sde-
' Manni, 1. e. pag. 14.
* Storia d'Avignone, lib. lii, pag. 366.
' L. e. pag. 164, nota,
XLIV INTRODUZIONE
gnato dairAcciaioli e da Francesco Nelli, dopo aver dimorato alquanto nella casa ospitale di Ma- gbinardo Cavalcanti in Napoli, in compagnia del greco Leonzio Pilato si recò in Venezia a visi- tare l'amico Petrarca, presso il quale si trattenne tre mesi. E della compagnia del nostro autore così parla il poeta di Laura:
« Che dovesse riuscirmi cara la tua compagnia, « lo sperai, lo sapeva, e ben mi avvidi quanto fosse « il diletto che dalla mia tu prendevi. Ma quello « che io non sapeva si era che essa mi fosse an- « Cora occasione di buona ventura; conciossiachè « ne' pochi ed ahi ! velocissimi mesi che ti piacesti « passare in questa, che dicon mia, ed è tua casa, « parve la nemica fortuna avermi concessa una « tregua, e te presente, di nulla che lieto non fosse « mi fu ragione ».'
E non erano scorsi che pochi mesi, che nel 7 di settembre dello stesso anno il Petrarca gli scriveva :
« Vieni dunque invocato : ecco t' invitano la « mite stagione, non altre cure che quelle pia- « cevoli e gioconde delle Muse, una casa salu- « berrima che non ti descrivo, perchè appieno tu «la conosci. Ti attende una eletta di amici, di « cui non so se si dia la migliore. Quegli che col « fatto adempiendo quel che promette col nome, « il Benintendi cancelliere di questa nobilissima
' Senili, III, 1, in principio.
INTRODUZIONE XLV
<( città, poiché davvero tutto giorno alle pubbli- « che bisogne, alle private amicizie, ed agli umani « studii fu ben inteso, in sul far della sera con « lieto volto ed amico viene sulla sua gondola a < rinfrescarsi con piacevole conversare delle gior- « naliere fatiche; e tu per prova tu conoscesti « quanto dilettevoli e soavi riescano quelle nottur- « ne passeggiate sul mare, e que' sinceri e schietti « colloqui con un uomo di quella fatta. E qui pur <t egli ti aspetta il nostro Donato Appenninigena, 4c che dai Toscani colli, già da lunghi anni ab- « bandonati, venne a fermarsi su questo lido del- « l'Adria, Donato dico, che a noi si volle donare, « e che deir antico Donato ereditò col nome la « professione, dolce, schietto, amorevole, a noi <c noto e a te più che agli altri .... Che se poco « ti piaccia questa dimora, e la incostanza del- « r autunno, quantunque a parer mio a rendere « il cielo puro e sereno, più che il soffio di zaffiro « e di borea, valgano i lieti aspetti, e le deside- « rate conversazioni degli amici, noi di qui par- « tiremo, e forse utile e dilettevole al certo m' avrò « da te la spinta e la compagnia per andarne a « Capo d' Istria e a Trieste, dove per lettere de- « gnissime di fede so che regna una dolcissima « tempra di clima. Questo infine avrà di buono « il tuo ritorno, che teco, siccome da lungo tempo « mi proposi, potrò visitare la sorgente del Timavo « celebrato dai poeti, eppure da molti dotti non € conosciuto ; e non nei dintorni di Padova, ma
XLVI INTRODUZIONE
« là veramente lo cercheremo dove di trovarlo « son certo »/
Il Boccaccio fu di nuovo a visitare il Petrarca a Venezia* tra il 1362 e il 1367, ma quegli era partito, e non potè rivederlo che nel 68 in Pa- dova, ove dimorò nella casa dell'amico dal giugno all'ottobre.'
Nella benevolenza, nell'amicizia, qual diversità tra i due grandi! Il Boccaccio ricerca studiosamente tutte le opere dell'amico, le trascrive, le colma di lodi, ne fa soggetto del discorso nel suo con- versare: Messer Francesco invece concede vaghe lodi all'ingegno e all'animo del Boccaccio, non ricordo che alleghi una volta le opere di lui, come di Dante tacque anche il nome. Soltanto negli ul- timi giorni di sua vita, o fosse vergogna di questa invidia, o per esercitazione retorica, o volesse pa- rere di esaltare l' amico, tradusse in versi latini lo stupendo dramma di Griselda, ultimo soggetto dell'ultima lettera del doppio o triplo canonico. Udite come parla del Decamerone Messer Fran- cesco :
« Mi venne, non so come (?) ne da chi (?), « recato alle mani il libro che negli anni tuoi gio- « vanili, siccome io credo, da te fu dettato nella « lingua materna. Mentirei se dicessi di averlo « letto : che la grossezza del volume, ed il ve-
» Senili, lib. in, 1.
^ Lettere del Boccaccio: Ut te viderem a pag. 122.
' Petrarca, Senili^ x, 4, 5.
INTRODUZIONE XLVII
« derlo scritto in prosa e ad uso del popolo mi « furori cagione a non distrarmi per esso dalle <c occupazioni più gravi, e a non consumare quel « pochissimo di tempo che mi rimane ... Lo scorsi « rapidamente coll'occhio, qua e là soffermandomi « a guisa di frettoloso viaggiatore che guarda in- « sieme e cammina: e mi avvidi da qualche tratto « che Topera tua era stata lacerata dai denti di « cani mordaci, ma egregiamente da te difesa colla « voce e col bastone. Né punto ne feci le mora- le viglie: perocché conosco le forze dell'ingegno « tuo, e so per prova qual sia codesta razza di « gente impronta ed ignara, che vitupera quello « fatto da altri che fare essa stessa o non vuole « 0 non può; non buona da nulla in tutto il resto, « ed in questa bisogna soltanto dotta ed arguta. « Così scorrendo il tuo libro assai mi dilettai; « e se talvolta mi offese alcun che di troppo li- « bero e di lascivo, pensai che potevano servirti « di scusa l'età in cui eri quando tu lo scrivesti, « la lingua, lo stile, la leggerezza dell'argomento, « e soprattutto la qualità dei lettori, a cui era « destinato. Imperocché monta assai sapere per € chi si scrive, e la diversità dei costumi in chi € legge fa ragione della diversità deUo stile. Fra « molte baie e novelle di lieve conto, mi avvenni « in alcune e gravi e pie: delle quali per altro « non posso darti un preciso giudizio , perchè nes- « suna ne posi in seria considerazione. Ma come « avviene d'ordinario a chi esamina in fretta, al-
XLVIII INTRODUZIONE
« quanto più mi fermai al principio e alla fine « del libro : e vidi in quello descritta V orrenda « pestilenza, che con esempio al mondo inaudito « e nuovo fece piena V età nostra di lutto e di « miserie, e parvemi veramente singolare il ma- « gistero con cui tu dipingi e deplori quella so- <( lenne sventura della patria nostra. Lessi poi « sulla fine V ultima delle tue storie che mi sem- «. brò diversa molto da tutte le altre »/
Né voglio ricercare se il Petrarca si dimo- strasse più grande lasciando una piccola eredità all'amico, o se il Certaldese nel ricevere con tanta modestia e riconoscenza il dono : ma questo non posso nascondere che per l'affetto e la grandezza dell'animo e per la ingenua negligenza dell'uno, di contro alla mascherata superbia ed invidia del- l'altro, Messer Giovanni apparisce molto supe- riore all'amico, il quale morto fu pianto dal Boc- caccio nella bella e affettuosa lettera scritta al genero di lui Franceschino da Brossano.
Questo è quel tanto che ci resta della rela- zione tra questi due grandi del secolo xiv; e a compierne la narrazione rassegno qui sotto per ordine cronologico le Lettere del Petrarca al- l'amico. *
' Senili, lib. xvii, 3.
^ Eccole : I del 2 novembre 1350, nelle quali gli narra il triste caso di Bologna, cioè che da un calcio di un mulo ebbe offesa una gamba ;
INTRODUZIONE XLIX
Relazione coli' Acciaioli e col Nelli.
Com'è chiaro dalla lettera (a p. 17), egli era in relazione con l'Acciaioli dal 1342 e forse prima ancora. L'Acciaioli tornato da Napoli a Firenze teneva costumi regii, avido di potere, sì che venne
II in data del 7 gennaio 1351, gli manda alcuni versi, gli parla delle sue sventure e della morte di Giacomo li di Carrara ;
III del 1 giugno 1351, da Verona;
IV del 1 aprile 1352, da Avignone, gli scrive per non parere dimentico di lui, e si duole del suo soggiorno;
V del 1353? lo ringrazia per un volume di Agostino;
VI del 1353, lo ringrazia per un volume di Varrone e di Tullio;
VII del 1353, si meraviglia che sdegni esser poeta:
Vili del 1359, si difende dal sospetto d'essere invidioso di Dante. Famil., lib. xxi, 15;
IX del 1359, gli chiede che corregga alcune cose delle sue Egloghe. Famil. , lib. xxii, 2 ;
X del 1360, sulle ragioni della sua dimora in Milano, Varie, 25;
XI del 1362, all'amico afflitto perchè un impostore gli aveva detto che presto sarebbe morto e gli aveva fatto divieto di attendere alla poesia. Risponde non essere da temere la morte, né da rispettare quel divieto. Senili^ lib. i ;
XII del 1363, si lagna delle ingiuste accuse fatte a' suoi versi da' Fiorentini e^ a una ad una le ribatte. Senili, lib. ni, I ;
XIII del 1363, piange la morte di Lelio e di Simonide, invita il Boccaccio di nuovo a Venezia. Senili, lib. ni, 1 ;
XIV del 1363, gli scrive incerto s'ei viva ancora o sia morto. Senili, lib. iii, 2;
XV del 1365, di un giovino ravennate; dell'imitazione e del plagio letterario. Famil., lib. xxiii, 19;
XVI del 1365, gli annunzia d'essere afflitto da molestissima rogna. Senili, lib. in, 5;
I^ INTRODUZIONE
in sospetto a' suoi concittadini, che, lui presente, promulgarono legge che lo escludeva dalla su- prema magistratura. Ed egli a confortarsi delle in- saziate brame, si die a proteggere alcuni letterati chiari per diversa fama, Zanobi da Strada, Fran- cesco Nelli priore de' SS. Apostoli e Messer Gio-
XVII del 1365, gli narra le stravaganze di Leonzio Pilato e gli chiede la traduzione di Omero. Senili, lib. iii, 6;
XVIII del 1365, descrive la città di Pavia. Parla di alcuni amici; del suo libro De vita solitaria, e della traduzione di Omero che aspettava da lui. Senili, lib. v, 1 ;
XIX del 1365, lo conforta a non temere eh' ei perda la sua li- bertà. Senili, lib. vi, 2;
XX del 1366, lo accusa di superbia, perchè stimandosi a Ini inferiore nell'arte poetica, abbia gittato i suoi versi allo fiamme. Parla dei rapsodi di quell'età e deplora la igno- ranza e la corruttela dei letterati e de' falsi filosofi de' tempi suoi. Senili, lib. v, 2;
XXI del 1366, invettiva contro i Medici del suo tempo, e po- che parole di Leonzio Pilato. Senili, lib. v, 3;
XXII del 1366, gli narra la morte di Leonzio Pilato. Senili, lib. VI, 1;
XXIII del 1366, sui pregiudizi intorno all' anno 66 della vita umana. Senili, lib. viii, I ;
XXIV del 1367, sul pregiudizio detto. Senili, lib. viii, 8;
XXV del 1367, si scusa del lungo silenzio e lo ringrazia del- l' apologia contro quelli che lo sentenziarono uomo igno- rante. Senili, lib. xv, 8 ;
XXVI del 1373, rifiuta di riposarsi, perchè vecchio, dalle fa- tiche dello studio. Senili, lib. xvii, 1 ;
XXVII del 1373, lo conforta per la povertà del suo stato, e gli rinnova il fermo proponimento di non mai cessare dagli studii che sono la sua delizia'. Senili, lib. xvii, 2:
XXVIII del 1373, il di 4 di giugno gli manda la Griselda tra- dotta in latino. Dice quanto ad alcuni piacesse. Si lagna di coloro che gl'intercettarono le lettere. Fa proponimento di non scriverne più. Senili, lib. xvii, 3. — Questa è l'ul- tima lettera che abbia scritto o rimanga del Petrarca.
INTRODUZIOXE LI
vanni Boccaccio, con l'intendimento, che poscia appalesò, di farli strumenti della sua gloria, ali della sua fama. I due primi corsero a lui, lo cor- teggiarono, lo adularono, l' esaltarono secondo le loro forze. L'ultimo resistè, finché fu sospinto dal- Tamico Priore, nel quale egli aveva più fiducia che nel gran Siniscalco. Recatosi col fratello Iacopo alle case dell'Acciaioli fu accolto con sommo onore e accarezzato, finché il mercadante Mecenate potè sperare d'essere eternato dalla penna di lui, ma quando il Boccaccio fece intendere che non si sa- rebbe prestato a soddisfare l'ambizione dell'ospite suo, questi coll'arte di un Priore seppe castigarlo nel modo indegno che il lettore vedrà più sotto descritto colla parola efficace dell'irato Certaldese.* Tuttavia nessuno può disconoscere, comunque sia caldo ammiratore di questo libero ingegno, che la sua condotta in questa contingenza non è dato <li giustificare. Che gli era ben prevedibile il fine, per cui lo invitava il gran Siniscalco, e il Boc- caccio meno di qualsiasi altro poteva ignorarlo. E se egli prevedeva questo, o non doveva recarsi presso quel suo potente concittadino, o andare e prevenire il desiderio di lui con opera che potesse essere accetta all'Acciaioli, senza ledere la sua dignità e l'onestà sua. Che né l'Acciaioli ci pare indegno d'ogni encomio, né^'opera disdicevole a qualsiasi più integro uomo.
* Vedi Lettera al Priore, pag. 137.
Lll INTRODUZIONE
Questa sua ritrosfa ci paro una vera caionità fuori di luogo e stravagante almeno quanto il nome da me coniato. Anzi dirò di più che V ira lo trasportò un poco lungi dal vero, esagerando i difetti 0, se vuoisi, i vizi dell'Acciaioli, e attenuan- done le virtù. Concediamo che il gran Siniscalco sia tutt' altro che buon grammatico e buon retore, e certo le sue lettere non possono servire di mo- dello: come non sappiamo se la gelida impassi- bilità mostrata all'annunzio della morte dell'unico figlio sia da reputarsi in tutto virtù o insensibilità acquisita nel reggere e maneggiare gli uomini. E se è pur vero che la Certosa da lui eretta presso Firenze non è per durare quanto il Decamerone, non per questo può negarsi che essa sia un no- bile monumento della sua liberalità verso la pa- tria. Né so poi come alcuno possa mettere in dubbio l'ingegno o l'abilità di un uomo che da mercatante sale al primo officio di un regno vin- cendo gli emuli, i contrastanti, i Baroni, i Prin- cipi del sangue, e vi si mantiene amato dai prin- cipi, ammirato dalla gente savia.
VI.
Ambascerie.
Era tale e tanta la fama di uomo dotto e pru- dente che si era acquistata il Boccaccio, che la Repubblica fiorentina 1' adoperò in molti e difficili negozi presso Principi e Pontefici, in Italia e fuori.
INTRODUZIONE LUI
Delle prime ambascerie da lui sostenute presso i Signori di Romagna non sappiamo nulla con precisione, perchè ci mancano i documenti, e non è dato che stabilire questo, come à già notato il sig. Hortis;' che cioè furono prima del 1350. Per altro egli è noto che in codeste ambascerie il Boc- caccio si guadagnò T animo di que' Signori, e spe- cialmente deirOrdelaffi che in mezzo alle accanite lotte coi Vicari de' Pontefici trovava tempo alla caccia e alla poesia, e però dal nostro autore fu denominato Fauno, nelF Egloga III.'
Nel 1351 fu spedito al Petrarca in Padova per indurlo a prender posto nello Studio fioren- tino, al quale elfetto, contro le consuetudini, i Fiorentini gli restituirono i beni già confiscati al padre suo. Ma il Boccaccio non potè ottenere dal- l' amico che ringraziamenti e promesse che poi non attenne.'
Nell'inverno^ dello stesso anno fu mandato ambasciatore a Lodovico duca di Baviera e mar-
' Giovanni Boccaccio, ambasciadore in Avignone e Pileo da Prata proposto dai Fiorentini a Patriarca d' Aquìleja. Trieste, Heimanstorfer, 1875, pag. 7.
' Tertiae .... Eclogae Titulus est Faunus, nani cum eiu- sdem causa fuerit Franciscus de Ordelaffis, Forolivii Capita- neus, quem cum surame sylvas coleret, et nemora, ob insitam illi venationis delectationem, ego saepissime Faunum vocare oonsueverim, eoquod Fauni sylvarum a Poetisnuncupentur Dei.
' Vedi in proposito il l^etrarca, Familiari^ lib. xi, 5 e 6, e le note dei Fracassetti alle dette e alla prima e terza dello stesso libro. 11 Manni disse ignoto il tempo di questa am- basceria.
* L'Ammirato pone questa ambasceria al 1352.
LIV INTRODUZIONE
chese di Brandeburgo, primogenito del Bavaro, e come il padre fatto segno più volte alle scomu- niche papali.*
Ebbe commendatizia per Corrado duca di Teck,* ch'era già stato in Firenze nel 1341, per com- missione di Lodovico, padre del marchese, per in- durre i Fiorentini a parte d'Impero; e sebbene questi non accettassero i larghi patti offerti, il solo sospetto che potessero piegare a parte ghi- bellina, fece che molti ritraessero i loro valori dalle Banche fiorentine e s'ebbero i fallimenti delle com- pagnie dei Bardi, degli Acciaioli, dei Bonaccorsi, dei Peruzzi, dei Cocchi, degli Antellesi, Corsini, Castellani e Perendoli.' Il Boccaccio ottenne che Diapoldo di Kalzenstein venisse in Firenze pel duca Lodovico, ma le sue pretese furono tali che la Signoria, uditolo in Senato, lo licenziava ringraziandolo.*
' Il eh. Hortis dimostrò come il Witte s'ingannasse (Bio- grafia del Boccaccio premessa alla sua traduzione alemanna dei Decamerone, Lipsia, Brokhaus ed. 3'^, parte i, pag. xxxv) congetturando che il principe, a cui fu inviato il Boccaccio, fosse Lodovico il Romano, a cui dopo il 24 dicembre 1351 fu ceduta la Marca di Brandeburgo dal fratello suo Lodovico duca di Baviera e conte del Tirolo. Congettura che non regge, perchè i titoli della credenziale del Boccaccio non ebbe mai Lodovico il Romano. Hortis, 1. e. pag. 9, n.
* I Fiorentini scrissero Decchia o Teccht. ^ Villani Giovanni, lib. xi, e. 137.
* Ammirato Scipione, con le giunte dell'Ammirato il gio- vane, ed. del prof. Luciano Scai-abelli, Torino, 1853, voi. ii, pag. 156, n.° 3; e VArch. Stor. Ital., Appendice vii, pag. 389,
D.*' XLVI.
INTRODUZIONE LV
Nel medesimo tempo tenevano pratiche col- r imperatore, ma questi invitato non scese ; e quando più tardi venne in Italia, i Fiorentini s'in- timidirono e mandarono ambasciadore al Ponte- lice in Avignone, affinchè significassegli ch'essi stupivano di questo fatto, e l'assicurasse che il Comune di Firenze « in nulla devierehhe dalla an- tica devozione alla Santa Chiesa, unico e singolare rifugio »,* e procurasse di scoprire la mente del Papa, e se l' imperatore veniva per suo volere o no. E r ambasciadore dimandato circa le inten- zioni dei Fiorentini rispondesse « non avere altro incarico che di ricercare la volontà del Ponte- fice-». E pur questo dilicatissimo officio era affi- dato al nostro Boccaccio nel 1354.
I Fiorentini alcuni anni dopo avendo saputo d'essere stati messi di nuovo in sospetto del Papa, per lettere, le quali contenevano che « il Santo I\idre, la cui grazia, benedizione e benevolenza credevano di aver meritata, avesse detto che il loro Comune è amico o vero devoto di Santa Chiesa di parole, e che ninno cittadino loro avrebbe promosso a beneficio ecclesiastico, e che noi volevano ser- vire, e non solamente non servire, ma che essi impedivano che altri non serva; e molte altre cose, le quali per sua reverenza tacevano ».
Per giustificarsi di queste accuse spedirono nel- l'agosto del 1365 di nuovo ambasciadore Mcsser
' Vedi Ambascerie^ pag. 400 e segg.
I.VI INTRODUZIONE
Giovanni Boccaccio dandogli le seguenti istru- zioni : « Esser calunnia che Firenze avesse impe- « dito gli Aretini di soccorrere il Cardinale Le- « gate contro Anichino e la sua mala Compagnia, « e di ritenere indebitamente i beni dei vescovac^i « di Arezzo e di Lucca. Che Firenze non servì di « sole parole la Chiesa, quando alleata del cardi- le naie di Spagna depose il Prefetto di Vico, e « fatto di tutto per ridurre ad obbedienza il capi- « tano di Forlì; quando soccorse Messer di Cligny, « mentre era tuttavia abbate, durante la guerra di « Romagna pei fatti di Bologna; quando, per non « offendere la Chiesa, rinunciò Lucca promessale « dai Ghibellini, Bologna offertale dai Pepoli. Che « le male Compagnie non si possono snidare d'Ita- le Ha senza aiuto straniero, rimedio peggiore del « male, i^erchè i ciechi non curano di cavar gli « occhi ad altri ciechi, essere però stato pensiero « della Repubblica e averne scritto al Pontefice, « con molte altre cose pel bene della Chiesa. Di- « cesse di tacere di molte altre per non istancare «la pazienza del Santo Padre; imperocché, ove « accadesse, gli ambasciadori saprebbero ridirle « dalle Cronache e brevemente informarne sua « Santità. Alla quale dovesse offrire cinque galee « ben munite, quando volesse ritornare per mare, « e quando toccasse terra, cinquecento barbute con « bandiera del Comune, fedelissima scorta ».^
' Istruzione al Boccaccio, pag. 400.
INTRODUZIONE LVll
I Fiorentini poi fornirono il Boccaccio di com- mendatizie pel Pontefice, pei Cardinali, per Fran- cesco Bruni secretano apostolico. Pel Doge di Genova non ebbe una commendatizia, * ma una credenziale per trattare affari riguardanti Riche- rio e figli Grimaldi, i quali si diceva fossero mul- tati da quella Signoria per aver servita la Repub- blica fiorentina nella guerra di Pisa.* In queste lettere il Boccaccio viene appellato uomo circo- spetto, onorevole cittadino, maestro e signore, e si dice bene istrutto dei voleri della Signoria e degno di tutta fede.
II Boccaccio in Avignone fu benissimo accolto dagli amici del Petrarca, il quale se ne congra- tulava in questa guisa:
« . . . . Lascia che qui teco io mi rallegri dello « aver conosciuti in Babilonia (Avignone) i pochi « che morte m' à lasciati, e prima che ogni altro « il mio Filippo Patriarca' di Gerusalemme, uomo, « a dir tutto con poche parole, di' quel titolo de- « gnissimo, e degnissimo al pari di quello di Roma, « se all'onore che merita sarà una volta, com" è « giusto, promosso. Di lui, mi scrivi che dopo « averti alla presenza del Sommo Pontefice e dei « Cardinali che ne rimasero meravigliati, lunga-
' V. Hoitis, 1. e. pag. 17.
' Vedi Aìnbascerie, pag. 419.
" Filippo de Cabassoles Vescovo, Patriai-ca, Cardinale di Sabina. Vedi Fracassetti, annotazioni alle Senili^ Indice, ar- ticolo Cabassoles.
I.VIII INTRODUZIONE
« mente stretto al suo seno, e quantunque prima « non ti conoscesse, per amor mio teneramente « abbracciato, dopo mille affettuosi baci, amorose « parole, e premurose inchieste intorno al mìo « stato, da ultimo ti commise, che mi pregassi « di mandargli una volta il libro della Vita So- « litaria, che or son tanti anni passati composi « nella sua villa, ed a lui dedicai, mentr'egli era « vescovo di Cavaillon ».*
Nella stessa lettera rimprovera -il Boccaccio di non averlo visitato in Pavia; ma poi lo scusa per la stanchezza delle sofferte fatiche e per il timore delle nuove, siccome dici (scriveva il Pe- trarca al Boccaccio), e la ristrettezza del tempo e il voler della patria che ti affrettava il ritorno. E lo compatisce delle fatiche durate « perocché « conoscendo per la esperienza presane ne' miei « frequenti viaggi la difficoltà delle strade, e pen- « sando a quella tua gravità di mente e di corpo, <( che come acconcissima alla tranquillità degli « studii; così alla trattazione de' pubblici negozi « ed agli strapazzi del viaggio è soprammodo di- « sadatta, da che ti seppi partito non ebbi più « pace né dì né notte ».
Queste ambascerie non solo erano gravi al Boccaccio, già innanzi cogli anni, per l'abitudine della vita sedentaria e le difficoltà dei viaggi, ma anche per il dispendio che portavano questi inca-
' Senili^ lib. v, 1.
INTRODUZIONE LIX
richi male ricompensati dalla Repubblica, sì che se ne scusava chiunque poteva.*
Il Boccaccio andò altra volta ambasciadore al Pontefice, si vuole nel novembre del 1367, da altri nel 1368,* e alcuni vogliono che siano due differenti ambascerie.'
VII.
Come a luì si debba il risorc/imento delle Lettere greche.
Dubbio è da chi apprendesse il greco ; ma se consideriamo che in Napoli ebbe amicizia con Paolo Perugino, Bibliotecario del re, erudito nelle
' Nei libri deli' Uscita della Camera dei Signori si legge: Die 20 Angus t. 1365. D. Ioannis Boccacci Ambasciator ad Romanum Ponti ficem prò salario XXXXV dierum recipit hb. LXXXX ad rationetn, lib. II prò quolibet die. Più in- nanzi vi è notato: A Messer Giovanni Boccaccio da Certaldo Ambasciadore per lo Comune di Firense alla Romana Chiesa per suo salario e paga di XXX dì cominciati di 4 otto- bre p. p., che soprastette in detta Ambasciata a ragione di lire due d'oro per dì in somma di lire 60 d' oro. Manni, I. e. pag. 39.
* Manni, 1. e. pag. 40.
' « Di detta imbasciata del Boccaccio ad Urbano V fatta « nel 1367 si conserva notizia nell'Archivio del Monte Co- « raune di Firenze che con gentilezza ci è stata comunicata
< con lettera dal Sig. Manni. Quindi si vede come i detti
< due arobasciadori {pare che il Boccaccio andasse unito con
< un altro), prima di partirsi, prestarono agli 11 di novem- * bre di quali' anno il giuramento di esercitare con buona <i fede la detta imbasciata alla presenza di Paolo Accoram-
LX INTRODUZIONE
lettere greche da Barlaamo, e che nella stessa città non potevano mancare in quel tempo altri cultori della lingua greca, e che nelle opere scritte nella sua prima gioventù appariscono tracce dello studio di quella lingua, ci pare molto verosimile che i primi elementi ne apprendesse in Napoli. Il Baldelli dubitò dapprima che potesse essere stato suo precettore Andalone del Nero, a cui molti scrittori attribuiscono la versione del libro della guerra santa d'Aniceta Patriarca di Co- stantinopoli; ma poi che un Patriarca di tal nome non ebbe mai quella Chiesa, il Baldelli e il Gra-
« buoni da Gubbio esecutore in Firenze degli Oidini di Giu- « stizia ». Così il Mazzucchelli ( 5cre7^ori d'Italia, art. Boc- caccio, pag. 1326, nP 11) che erra in ogni modo dicendo nel testo che il Boccaccio andò a questo scopo in Avignone, poi- ché il Pontefice partì di là per Y Italia il 30 agosto del 1367 e giunse in Roma il 16 d'ottobre. 11 Baldelli (pag. 383) rim- provera il Manni (pag. 40) di aver posto, frantendendo l'Am- mirato (ed. di Torino voi. in, pag. 12 in nota), Tarabasceria del Boccaccio all'anno 1368 in luogo del 1367. D'altronde la lettera che Papa Urbano scrisse alla Signoria di Firenze in lode del Boccaccio, si legge VlqW Archivio Storico Italiano (i serie, append. vii, n.° xciv, pag. 430) alla data 1368, 1 di- cembre. 11 Mazzucchelli, (1. e. nel testo) vorrebbe pure « men- tovata dall'Ammirato un'ambasceria sotto l'anno 1368 » e ignora se sia da tenersi per una tosa con l'ambasceria del 1367. Certo è che l'errore rilevato dal Witte (1. e. pag. xxxvi. nota 7) nel Mazzucchelli e nel Baldelli, che differiscono sino al 1367 il viaggio del Boccaccio a Genova, viaggio impreso nel 1365, deriva dall' aver ritardato sino a questo anno la lettera del Petrarca ( Senili^ lib. v, 1 ) che si riferisce alla legazione del Boccaccio in Avignone nel 1365. Gli egregi e dotti signoiù dell'Archivio fiorentino sapranno certamente sciogliere ogni dubbio sulla data precisa di queste ambascerie. Così il sig. Hor- tis, 1. e. pag. 18-19, n.o 3.
INTRODUZIONE LXI
denigo non poterono annoverarlo tra i grecisti del secolo xiv. 11 Betussi e il Sansovino scrissero che egli, venduto il suo patrimonio, si recasse in Sicilia ad apprendere il greco da un Calabrese di gran rinomanza, mentre dovevan dire dal Cala- brese Leone o Leonzio Pilato che amava chiamarsi Tessalonicense in Italia, come probabilmente Ita- liano in Grecia, per la sua strana indole. Difatti sappiamo che nel 1360 il Boccaccio si recò in Ve- nezia a persuadere Leonzio di recarsi a Firenze, ove fece istituire per lui una cattedra di Lettere greche per maggior lustro dello Studio fiorentino, e per aver egli agio di approfondirsi ognor più nella lingua di Omero. E per due anni ospitò in sua casa lo stranissimo Calabrese; tanto era l'amore da lui posto in questi studii, e il desiderio di co- noscere il gran cieco di Smirne, che udì privata- mente e fece spiegare in pubblico.
Il Calabrese poi per le vive istanze del Boc- caccio e del Petrarca voltò in latino i due poemi di Omero, e per le premure del primo (vedi Bal- delli p. 264) intraprese ancora la versione delle opere di Platone, e sedici dialoghi, secondo il Salvini , * avrebbe traslatati dal greco. * Il nostro autore riferisce un passo del Timeo nel Commento
' Discorsi, voi. I, dis. xvil.
' Il Petrarca possedeva varie opere di Platone tradotte, opera probabilmente di Leonzio. Vedi Trattato Della sua e deir altrui ignoranza^ ed. Bas. pag. 1054.
LXll INTUODUZIONK
alla Divina Commedia^ e parla della Repubblica come di opera ch'egli abbia letta."
Quanto gli debba Italia pel risorgimento dello Lettere greche, V à detto egli stesso e quindi non farò che riferire le sue parole :
« A me si deve l' onore e la gloria fra' To- « scani di servirmi di versi greci. Non fai io forse « che co' miei consigli distolsi Leonzio Pilato dal « recarsi nella Babilonia occidentale^ e meco da « Venezia condussi in Firenze? non fui io che « lo ricevei in mia casa e per lungo tempo ve « l'ebbi ospite? che con molta fatica procurai che « fosse ricevuto con pubblico stipendio fra i dot- « tori dello Studio fiorentino ? Io fui quello che « a mie spese i libri d' Omero e d' altri greci feci « venire in Toscana, ove più non esistevano. E « non solo in Toscana, ma ancor nella patria. Io « fui il primo de' Latini, cui fu spiegato Omero « privatamente, e che mi adoperai onde lo fosse « pubblicamente. E se non m' addottrinai piena- « mente in quelli studii, tanto ne appresi, quanto « mi fu possibile. Ed è fuor di dubbio che, se quel « vagabondo fosse rimasto piii lungamente presso « di noi, ne sarei divenuto assai più erudito. Ma « sebbene di molti libri poco apprendessi, alcuni « tuttavia per intiero l'intesi, mercè l'assidua spie-
' Voi. I, in principio.
2 Genealogia, lib. xiv, e, 20. — La traduzione àeW Odissea fatta da Leonzio si conserva tuttora nella Biblioteca Lauren- ziana nel Cod. 45, Plut., xxxiv, cart. in 4° del secolo xv.
-INTK01>LiZiONK LXIII
« gazione del mio maestro >>.* E qual fosse po- steriormente r influenza dell' opera sua, si ritrae da Giannozzo Manetti : * « Poco dopo la morte « del Boccaccio cominciarono a fiorire insieme « varii uomini dotti, (ihe avendo in quella felice « età trascorso lo studio della lingua latina, se- « guendo le orme del Petrarca e del Boccaccio «uomini dottissimi, si sforzarono d'erudirsi nel « greco. E per appagare quella veementissima « brama, un dottissimo Costantinopolitano detto « Emanuele, da Costantinopoli, ove stavasi ascoso, « con grandi promesse lo chiamarono in Firenze, « ed ottenutolo, con pubblico e privato stipendio « per apprendere la greca lingua per più anni « lo trattennero, e tanto clie ne divennero piiì « dotti. Questi fu quell'Emanuele Crisolora che « ebbe eccellentissimi discepoli, i quali poi la pe- « regrina favella greca, non solo in Toscana, ma « in varie delle più nobili città d' Italia, quasi « nuova sementa, sparsero, la quale andò grada- « tamente tanto crescendo, da germogliare mira- le bilmente, come oggidì lo veggiamo. Dirà alcuno, « ove tende tanto ragionamento sulle Lettere gre- « che ? ove tende ? Perchè tutto quello che v' è « di greco presso di noi, lo dobbiamo al Boccac- « ciò, che primo d'ogni altro il precettore e i libri « greci da noi lontani per gran tratto e di terra « e di mare richiamò a sue spese nella Toscana ».
' Geneahgia Deorum^ lib. xv, e. 7. * Vita Boccata.
LXIV INTRODUZIONE
Vili. Commenta pubblicamente la Divina Commedia.
Come è registrato nell'Archivio delle Riforma- gioni, nel 1373 il 23 di ottobre* il nostro autore Al chiamato a legger Dante in Firenze nella chiesa (li Santo Stefano. Primo a commentare la Divina Commedia fu Benvenuto Rambaldi da Imola,* ma primo a spiegarla al pubblico fu Messer Giovanni per incarico della Signoria di Firenze, con lo sti- pendio, dissero i Signori, che non jpassi i cento fiorini. Ma, per quel che si ritrae da alcuni suoi Sonetti (vi-xi), vi fu chi lo rimproverò con acerbi versi, con penna, egli diceva al suo critico ,
La qual non fu temperata a Bologna, Se ben ripensi il tuo aspro dettato,
Sonetto IX.
perchè, sponendo la Divina Commedia al volgo, avesse dato a questo occasione di avere in dispre- gio l'arte poetica. Ma egli a ciò replicava che
Vana speranza, e vera povertate, E l'abbagliato senno degli amici, E gli lor prieghi ciò mi fece fare.
Ma non godranno guar di tal derrate Questi ingrati meccanici, nimici D'ogni leggiadro e caro adoperare,
Sonetto Vili.
' Monaldi, Diario.
^ Come apparisce dalla lettera di questo al Petrarca pub- blicata dal Claricio vìqW Apologia del Boccaccio.
INTRODUZIONE LXV
o poi soggiunge al suo censore:
Però ti posa, ed a me da'perdono, Ch' io ti prometto che in tal misfatto Più non mi spingerà alcun giammai. Sonetto IX.
e ch'egli à gastigato il volgo mettendolo in galea senza biscotto e
.... senza alcun piloto Lasciato l'à in mare a lui non noto, Benché sen creda esser maestro e dotto
E tal fiata a lui rimproverando L' avaro senno ed il beffato alloro, Gli crescerà la doglia e l'affanno.
Sonetto X.
E questo, probabilmente, e T infermità furono le ragioni principali che indussero il Boccaccio a interrompere il lavoro al xvii dell' Inferno, come si rib'va da quello che si è riferito e dal Sonetto vii:
S'i'ò le Muse vilmente prostrate
Is'ella fornice del volgo dolente,
E le lor parti occulte ò palesato
Alla feccia plebeia scioccamente. Non cai che mi sien rimproverate
Sì fatte offese, perchè crudelmente
Apollo nel mio corpo l'à vengiate.
In guisa tal ch'ogni membro ne sente; E'm'à d' uom fatto un otre divenire,
Non pien di vento, ma di piombo grave.
Tanfo che appena mi posso mutare. Non spero mai di tal noia guarire,
Sì d'ogni parte circondato m' ave :
Ben so però che Dio mi può aiutare.
LXVI IN IKODl ZIONK
IX.
Ritratto di Messer Giovanni.
Il ritrarre dal vero i sembianti umani m'è parsa sempre una bella e invidiabile virtù concessa a pochi anche tra i grandi artefici. Le sembianze si possono rendere in diversi modi; quali appa- riscono, abbellite, meno belle del vero, o in cari- catura, nelle quali arti a' nostri tempi sono famosi il Tricca e il Gordigiani. Ma quando si tratta dello interiore dell' uomo la cosa è di maggior difficoltà. Imperocché vede il pittore nel suo insieme la per- sona, e a parte a parte, quaPò, senza inganno, senza illusione, a malgrado del ritrattando; non così avviene se vogliasi dipingere la mente o Fani- mo d'alcuno che non traspariscono mai nella inte- rezza, né senza passare traverso il corpo della pa- rola che serve, il più delle volte, ad oscurare il pensiero e il sentimento. Quindi mentre il Gordi- giani non à che ad attenuare i difetti di chi si vede vivo dinanzi, e il Tricca a cercare soltanto le ras- somiglianze negli animali inferiori per le sue cari- cature, chi prende invece a ricostruire l'uomo inte- riore à la dura impresa di raccogliere e coordinare tutte le manifestazioni psichiche per riprodurlo qual fu, 0 parve dalle opere o dalle parole.*
' In questa arte, a' nostri dì, mi paiono mirabili il Van- nucci, il Villari, il Camerini teste perduto, il De Sanctis, il
INTRODUZIONE LXVII
Della persona, Messer Giovanni, ci fu descritto così da un contemporaneo, che dovè conoscerlo almeno di veduta: «Fu di statura alta e piuttosto « pingue, di faccia rotonda, col naso un poco de- « presso, labbra alquanto grosse, d' ilare e gio- <c condo aspetto, piacevole nel parlare, e amante « di favellare ».*
Niccolò Mauro ' lo accusò d' irreligione, come tutti i Monaci passati, presenti e futuri; ma non pensarono così ecclesiastici rispettabilissimi del suo tempo, il vescovo di Firenze, e papa Ur- bano VI.' Egli fu cristiano, ma senza ipocrisia,
Carducci, il De Gubernatis. Le biografie di quest' ultimo mi paiono lavoro veramente bello e buono, e la poca popolarità del libro, mal rispondente al suo valore, deve attribuirsi alla grandezza del volume e forse anco al sesto, essendo l'uomo schiavo di mille inezie.
' Il traduttore così arbitrariamente traduce: < Fu il poeta « di statura alquanto grassa, ma grande, faccia tonda, ma col « naso sopra le nari un poco depresso: labbri alquanto grossi, « nientedimeno belli e ben lineati ; mento forato, che nel suo « ridere mostrava bellezza, giocondo e allegro aspetto in tutto * il suo sermone; in tutto piacevole e umano, e di ragionare t assai si dilettava >. Se pur non ebbe un esemplare più com- pito delle Vite del Villani.
* Vita del beato Arrigo.
' In una Memoria che si legge nell'Archivio generale dei Protocolli di Ser Landò di Fortino dalla Cicogna al 1373 die 19 martii si dice : « R. D. Angelus Episcopus Florentinus .... confidens quamplurimum de circumspectione et fidei puritate providi viri D. loannis Boccacci de Certaldo > ecc. ap. Manni pag. 35. — Papa Urbano VI in una Lettera dice di aver ve- duto e sentito volentieri il Boccaccio per le sue virtù. Ib. p. 25. Nel 1367 fu chiamato tra' più rispettabili cittadini per con- siglio dai Capitani della Compagnia d' Or San Michele, come si vedrà nel Documento in fondo a queste notizie.
LXVIII INTRODUZIONE
senza superstizione eh' egli si adoperò a mettere in ridicolo; contrario alFintromittenza della Chiesa nelle cose civili, e del clero nelle famiglie. Come uomo sapiente non dispregiava le antiche creden- ze, che anzi vedeva sotto esse celati spesso impor- tanti veri, tuttavia non fu senza credulità, né spo- glio del tutto di religiosi terrori. Non può aversi per iniziatore di riforma religiosa, perchè non fece che la satira della Curia pontificia, del Clero e de' Monaci, e non accennò mai di ribellarsi al Pa- pato. Il Boccaccio, come il maggior numero degli Italiani allora e sempre, dettero poca importanza 0 almeno pochissimo tempo alle quistioni religiose, e furono alieni dal teologizzare alla foggia dei Greci. Rispetto al Papato, fecero e fanno una im- possibile distinzione tra lo spirituale e il tempo- rale, quasi che ignorassero ch'esso è un istituto sostanzialmente politico e sol nell' esterno e nella corteccia religioso. E pretendere che i Pontefici facciano a meno del temporale è quanto preten- dere che si distruggano.
Il Boccaccio condannava il triste governo dei preti, riconosceva la Curia romana come fucina d'inganni, di tradimenti e covo dei più abomine- voli vizi, come essa procedesse in opposizione di- retta alle miti dottrine dell'Evangelo, e poi poneva nella Chiesa, al pari de' suoi concittadini, runico e singolare rifugio, faceva atto di devozione a quelli stessi Pontefici che detestava e aborriva. Vero è che allora il Sillabo, V Enciclica ed un
INTRODUZIONE LXIX
Concilio non erano venuti a togliere ogni equivoco e a dimostrare chiaramente che le dottrine della Curia romana non si possono conciliare con la ci- viltà, la libertà, la scienza, la moralità e la patria.
Il Boccaccio scrivendo a Maghinardo Caval- canti diceva: «vedo delle infule sacerdotali fare elmetti, dei pastorali lame, delle sacre vesti lori- che, conturbare la quiete e libertà degl' innocenti, ambire le armi, degl'incendi, delle violenze, del cristiano sangue sparso rallegrarsi, e brigando contro la parola di verità che dice : il mio y^egno non è di questo mondo, occupare l'imperio del mondo ».* — E in quella al Pizzinghe: guarda dove rovinò il romano imperio, che debba vedere la slessa Roma, già regina delle genti, inioìyi- dita sotto il triste giogo dei Farisei. * Il Boccaccio faceva la satira del clero e dei monaci, metteva in ridicolo le loro arti, dimostrava quanto funesta fosse l'ingerenza loro nella famiglia, e come la peste sociale o la corruzione a loro si dovesse in massima parte. Ma non era tale la condizione del tempo ch'egli potesse accogliere l'idea di una riforma fondamentale.
In alcuni casi mi pare ch'egli pure, come la gran maggioranza degli uomini culti, patisse l'in- fluenza del potere ecclesiastico compenetrante la famiglia e la società civile o, a parlare più net-
' Vedi pag. 364. » Vedi pag. 197.
LXX INTRODUZIONE
tamente, F azione di esso intenta alla dissoluzione dell' una e dell' altra ad esclusivo profìtto dell.» teocrazia. Per la quale il solo diritto assoluto im- prescrittibile è quello della Chiesa, e la sola e vera morale è la morale utilitaria e d'opportunità della Curia romana. Questa influenza deleteria, come à guasto il carattere individuale, così impediva V in- tero e libero svolgimento civile delle nazioni che ne portarono e portano più o meno in pace il triste e vituperevole giogo. Quindi io spiego le contradizioni del nostro autore, come egli si ver- gognasse del Decamerone e non della Fiammetta e del Corhaccio, aborrisse dal comporre il pane- girico dell'Acciaioli, non dalle lodi date alla Re- gina Giovanna: satireggiasse gli ecclesiastici e non potesse farne senza, e legasse tutti i suoi libri e manoscritti ad un frate, sebbene frati e preti si beffassero di lui come il Priore de' SS. Apostoli, l'Abbate della Certosa di S. Stefano e il Ciani; non volesse moglie e poi avesse donna e figli, quasi che una incerta paternità, e vaghi amoreggiamenti lo dovessero distrarre o rendere inquieto meno della famiglia, senza le gioie, i conforti e la quiete di una bene ordinata famiglia. Per amore esagerato d'in- dipendenza non volle uffici, e poi si fece soggetto della povertà che non seppe tollerare in silenzio. Nessuno può contrastargli il pregio di essere stato caldo e sincero amico, e non soltanto dei grandi, Petrarca o Cavalcanti, ma pur degli umili amici suoi ; tra' quali mi contenterò di citare Do-
INTRODUZIONE LXXI
nato degli Albanzani grammatico casentinese, che volle onorare con la dedicazione delle sueEcloghe. Messer Giovanni sentiva il suo valore, non v' cà dubbio, e non gli poteva mancare la coscienza deir ingegno e del sapere, ma ciò nonostante fu modestissimo, e punto invidioso dell'altrui valore, anzi largo di lodi, perfino ai giovani * per incuo- rarli, e volentieri parlava degli amici suoi, e so- prattutto del Petrarca. ' Tuttavia egli provava sdegno quando vedeva, come sempre, alcuni ingiu- stamente esaltati. ' Abborriva però le blandizie e le lodi di chi non poteva darle, e pervenuto ad una certa età, dai costumi cortigianeschi,* i quali non dispregiò in gioventù, e in una corte che non era certo delle piiì virtuose. Non ambì onori, né ca- riche che gli togliessero in qualche modo l'indi- pendenza e la libertà, e però rifiutava un posto in Napoli dalla regina Giovanna,^ il Protonota- riato ' apostolico, al quale officio fu proposto dal Petrarca e l'ospitalità del Petrarca, di Ugo di Sanseverino, del Re Iacopo di Maiorca, di Niccolò dei figli d'Orso." E forse per le stesse ragioni dalla Repubblica fiorentina non ebbe che le am-
' Vedi Lettera al D'Ambrosio e a Pietro di Retorica.
' Vedi Lettera del Salutati al Brossano a pag. 477.
* Vedi Lettera del Petrarca al Boccaccio, Senili, v, 2.
* Vedi Lettera al Priore, e Lettera del Salutati citata pag. 477.
* Vedi Lettera al Pizzinghe a pag. 179.
* Vedi Fracassetti , Lettere familiari del Petrarca t. v, pag. 114.
' Vedi Lettera a Niccolò de* figli d'Orso.
LXXIl INTRODUZIONE
bascerie e l'officio di commentare pubblicamente la Divina Commedia.
Negli ultimi anni della sua vita cambiò co- stume. Che mentre giovane si dilettò, come è detto, della compagnia e della Corte, verso l' estremo de' suoi giorni si ritrasse a vita quasi solitaria, di- venne ritroso e quasi rustico,* come chi molto vide ed ebbe in lunga pratica uomini di ogni ceto e dignità.
Come patriota, fu più grande del Petrarca, non minore dell'Alighieri; come poeta, nell'invenzione superò il primo, non fu inferiore al secondo ; come oratore, scrittore drammatico, grande coloritore, avanzò tutti e due. Il Decamerone sta di fronte alla Divina Commedia e molto al disopra del Can- zoniere, quanto le pitture della Sistina alle dolci imagini di Frate Angelico. Così nel carattere, se Dante è troppo adamantino, il Petrarca troppo molle, il Boccaccio ò di giusta tempra. L' indole dell'Alighieri poteva confarsi con pochissimi, quella del Petrarca co' grandi, quella del Boccaccio con chiunque avesse fior di senno e di virtù. Se l' in- gegno del nostro autore fu meno profondo di quello dell'Alighieri, meno armonico di quello del cantore di Laura, fu più versatile di ambedue, e alla serietà di quelli congiunse una vena inesau- ribile di olimpica giocondità.
Il Tiraboschi, con tutta gesuitica gravità, ci
' Lettera del Salutati, 1. e.
INTUODUZIONE LXXIII
conta: «È certo però che molte fra le opere <c del Boccaccio, ed il suo Decaraerone singolar- « mente cel mostrano uomo di non troppo onesti « costumi ».' E Monsignore Fontanini lo accusa di rilassato e di mal costume, e lo sgrammati- cato Betussi di molta libidine. Cotesti Monsignori, prelati e abbati non dicono nulla degli amoreg- giamenti del Petrarca, delle sue donne, de' suoi figli ; perchè V aretino non scrisse novelle con- tro il mal costume dei cberici, e velò di un sottil velo d' ipocrisia i suoi non meno illegittimi amori. Ma dinanzi alla storia canonici e laici sono tutti eguali e le azioni loro giudicate ad una stregua. Ora non mi resta che a ricercare qual fosse il concetto politico del nostro autore. Non vi à dubbio che in lui, come in Dante, nel Petrarca, nel Sacchetti,* e in altri grandi Toscani dei secoli xiii e XIV fosse la grande idea d' Italia nostra, della gran patria, e che primi verso di essa rivolges- sero le menti dei connazionali. Nella Lettera al Petrarca ( Ut huic epistolae, pag. 48 ) scriveva : Mosè (il Pontefice) .... fatto 'pastore di Marte stì^eìna gli armenti d* Italia; e al Pizzinge diceva : la dolente Italia rallegra di quella gloria che puoi,* come nelle Lettere a Madonna Acciaioli, al D'Am- brosio, e al Brossano e altrove occorrono spesso i nomi d'Italia e d'Italiani.'
' Vedi a pag. 197.
* Vedi pag. 197.
» Vedi pagg. 231, 328, 384.
1,XX1\ INTRODUZIONE
Ma e' bisogna pur dire che non sapevano tra- durre in atto questa loro nobilissima idea, soffo- cata dal patriottismo municipale. Perchè non tra- sparisce, dopo le prime Leghe dell' Italia setten- trionale e centrale, nemmeno il concetto di una federazione di città libere, o di una alleanza per- manente tra tutte le frazioni dello stesso Par- tito. Si che l'Arcivescovo Giovanni Visconti, che potè riunire sotto la sua Signoria una gran parte d' Italia, ed aveva probabilità di estendere ancora il suo dominio, era gridato tiranno, e gli s'invo- carono i nemici da tutte parti, e dal Boccaccio tra i primi. Ond' ei sembra che in quei nostri anti- chi, eccetto l'Alighieri, non fosse che l'idea di unità etnica, ma non politica, vedessero un' Italia geografica, ma non una nazione, non uno Stato italiano. Tuttavia, come che questa idea fosse in- determinata allora nei più, non fu senza influenza sullo svolgimento del sentimento nazionale, perchè quello che veniva adombrato dai nostri primi pa- dri della Letteratura, era incarnato dai grandi patrioti del secolo xv e in ispecial modo dal Ma- chiavello, il quale dichiarava l'unità nazionale questione di suprema importanza da conseguire ad ogni patto, con ogni mezzo, per qualunque Prin- cipe, fosse il Valentino, il Turco o Satana, che ancora Satana aveva dei credenti.
Né è da pensare che il cosmopolitismo catto- lico estinguesse in lui, come parrebbe alla prima, l'amor e il concetto della patria, se ci fermassimo
ISTRODUZIONK LXXV
ad alcun passo delle sue opere, e a quello spe- cialmente della Lettera a Pino de' Rossi, ove tra le altre cose si legge : « Vogliono ragionevolmente gli antichi filosofi il mondo generalmente a chiun- que ci nasce essere una città, perchè in qualun- que parte di quello si trova il discreto che nella sua città si ritrova, ne altra variazione è dal par- tirsi, 0 dall'essere cacciato da una terra, e an- dare a stare in un' altra, se non quella che è in quelle medesime città, che noi da sciocca opinione tratti nostra diciamo, da una casa partirsi e an- dare ad abitare in un'altra».' Queste sono di quelle cose che si dicono per conforto d' altrui , filosofeggiando, ma si lasciano nello studio o nei libri quando si viene all' atto ; e che fosse effetti- vamente così nel nostro autore, si vede chiaro dalla lettera eh' egli scrisse al Petrarca per bia- simarlo d' essersi fermato presso il Visconti inimi- cissimo della Repubblica fiorentina.' Nell'uomo sono quasi costantemente due esseri : quello che parla e quello che opera, né saprei indicare esem- pio più manifesto e più noto dei predicatori, i quali predican bene e razzolan male, consigliano altrui ciò che essi non praticano, voglion far cre- dere quello che non credono. Quindi le quoti- diane contraddizioni non tanto negli umili e nei
' Vedi pag. 69.
* Vedi l'epiat. Ut httic epistolae, a pag. 47,
l'XXVI INTRonUZIONE
mediocri, quanto nei grandi, verità, come tanto altre, consacrate dal proverbio:
Dal fare al dire C è che ire.
Questo è il carattere, questa è l'indole e la mente del gran Certaldese, quale si ritrae dalle sue opere, da' suoi gesti, dalla tradizione o dalle relazioni di quelli che lo conobbero personalmente.
X.
Esame critico delle Lettere.
Questo volume è tutto ciò che avanza del car- teggio di Giovanni Boccaccio o quello che fu risparmiato dalla negligenza de' suoi connazionali. Anzi non tutto è certo di lui, perchè alcune let- tere sono dubbie, altre indubbiamente apocrife, come quelle che il Canonico Ciampi volle far cre- dere di avere scoperte nel Cod. 8, Pluteo 29 della Laurenziana, che sono
P Nereus, fol 95, r.
2^ Missa Duci BwTachii, fol. 99, 2.
3° MavorUs, fol. 99, v.
4^ Sacrae famia, 106, r. Nella prima son cassate alcune parole dell'indi- rizzo, in fine ci è la data, ma non la sottoscrizione. Nella seconda non si vede più traccia di sot- toscrizione.
INTRODUZIONli LXXVJl
Nella terza è cassato e l'indirizzo in principio, e alcuno parole nella fine, la prima delle quali cominciava col C.
La quarta non à sottoscrizione.
Quindi per queste lettere non si deve diman- dare quali argomenti abbiamo per rigettarle come opera di Messer Giovanni Boccaccio, ma piuttosto si doveva a suo tempo dimandare al Canonico Ciampi per quali ragioni egli correva a dichia- rarle del grande Certaldese. Nessuno argomento ci somministra il Codice per attribuirle al Boc- caccio, mentre la materia, lo stile, l'indirizzo e le sottoscrizioni non sono di lui. La sola ragione discutibile, cioè la cognizione del greco dimostrata dallo scrittore di queste lettere, è ben tenue cosa di contro alle opposizioni fatte, da che sappiamo che insieme col Boccaccio parecchi fiorentini s'eru- divano nel greco alla scuola di Leonzio, e di più il Codice, che alcuni giudicano della fine del se- colo XIV, potrebbe benissimo essere della prima metà del xv, come sanno tutti coloro che anno pratica dello antiche scritture.
Per quella che è diretta a Zanobi da Strada ed è tolta dal Codice 327, palchetto ii, della Bi- blioteca Nazionale di Firenze, ò i miei dubbi. Prima di tutto non è quello il modo di soscri- versi del Boccaccio, il quale in tutte le lettere si sottoscrive Giovanni Boccaccio, o Giovanni Boccaccio da Certaldo: non mai semplicemente Giovanni da Certaldo. In secondo luogo in essa
LXXVUl INTRODUZIONE
lettera si dà a lui l'appellativo di Giovanni della tranquillità in senso contrario a quello di uomo di vetro, che gli fu dato dal Priore de' SS. Apo- stoli e a dir vero ci pare impossibile che uno possa essere detto e flemmatico e impetuoso ad un tempo.
Alcuno obbietta che non essendo noto in quel tempo un altro Giovanni da Certaldo, le lettere che portano questa sottoscrizione necessariamente debbono essere di Messer Giovanni Boccaccio.
Prima di tutto rispondo che questa sola di esse lettere à la firma di Giovanni da Certaldo, e questa non è tale da far supporre, in chi la scrisse, dottrina superiore a quella di qualsiasi uomo culto del secolo xiv.
Per la solita ragione della segnatura non usi- tata dal nostro autore « Giovanni da Certaldo » e per il contenuto della lettera, e per V imperfette descrizioni che non mi paiono di arte boccacce- sca, dubito ancora dell' autenticità della lettera scritta da Ravenna al Petrarca;* la quale po- trebbe essere di Giovanni Conversano o Conver- tine da Ravenna, amicissimo del Petrarca e che ebbe fama di abilissimo maestro d'eloquenza.
Così non possiamo accettare per autentica la lettera a Cino da Pistoia, non solo per la ra- gione addotta dal Tiraboschi,^ cioè che il pistoiese
' Optnaris, virorum egregie, a pag. 307.
" Storia della Letteratura Italiana, t. ii, pag. 445.
INTRODUZIONE LXXIX
non fu professore in diritto canonico, che egli di- sprezzava, ma altresì per la contraddizione delle date che ci dà la lettera. Difatti l'autore dice in essa di avere venticinque anni nel 1338, secondo la data, ma il Boccaccio nato nel 1314 nel tren- totto doveva avere ventiquattro anni; ammesso possibile questo scambio di un anno per la nume- razione fiorentina, resta impossibile a cambiare la data della morte del padre di Boccaccio accennata nella lettera suddetta, che avvenne nel 1348, due anni dopo la morte di Gino ( 1346), come si à dalla iscrizione del monumento di quesf ultimo in Pi- stoia sua patria.
XI.
Ordine dato alle Lettere.
Quando un carteggio è numeroso, possiamo stare incerti se convenga disporlo per ordine di materie, o cronologicamente ; ma se le lettere sono poche, Tordine più ragionevole è quello dei tempi. Però lontano di cinque secoli dall'autore è ben difiicile accertare la data della Lettere quando nessun fatto la determina, quindi dichiaro di es- sere in dubbio dell'anno preciso di alcune.
I.XXX INTHODUZIONJ:;
XII.
Lettere "perdute.
Mi duole assai che la maggior parte del car- teggio di questo grande uomo sia andata perduta per negligenza dei nostri maggiori. Il Manuzzi nella tavola delle abbreviature degli autori citati scriveva : « L' abbreviatura Bocc. Leti. R. significa le lettere scritte da Messer Giovanni Boccaccio da Avignone alla Repubblica fiorentina, il testo ori- ginale delle quali, avvertivano i passati compila- tori, che era nell'Archivio delle Riformagioni ». E in nota soggiunge che per quante ricerche egli facesse nell'Archivio non lo rinvenne, né io fui pili fortunato di lui. Questa era la parte piìi im- portante del carteggio del Boccaccio, e però non mi pare che sia da risparmiare nessun vitupero ai compilatori del Vocabolario che avendo tra mano un libro così prezioso si contentarono di spigolarne qualche frase, anzi che perpetuarlo con la stampa. Queste relazioni delle sue ambascerie ci avrebbero fatto conoscere un altro lato di que- sto grande uomo; sapremmo da esso il senno po- litico di lui, la destrezza nei negozi civili, la cono- scenza eh' egli aveva degli uomini e del suo tempo e la fede, con la quale servì la sua patria.
Un'altra Lettera che si conservava in Pa- dova, è pure andata in perdizione.
INTRODUZIONE LXXXI
Si narra che l'abate Giangirolamo Carli di Colle possedesse un testo a penna di dieci lettere latine del Boccaccio, tra le quali quella a Pino de' Rossi, e pur questo Codice è andato perduto!*
Perduto è pure il testamento che si conser- vava nell'Archivio de' Contratti in Firenze; se pure non è semplicemente smarrito, o se pure non e' è stato interdetto.
Il testamento nella lezione del Codice Stroz- ziano e della pergamena del conte Scipione Bor- ghesi dubito che sia apocrifo. Il Gargani promette un nuovo testo e può essere che egli abbia avuto la fortuna di trovare il vero.
XIII. Dello stile e della lingua delle Lettere.
Il Tiraboschi segue Erasmo, il quale nel suo Ciceroniano dice che il Boccaccio in Romani sei^- monis jìroprietate Latini parum peritum al Pe- trarca restò in . dietro ; Baldassarre Bonifazio, e Paolo Cortesi e il Giovio lo condannano per la sua latinità. Ma contro il giudizio di Erasmo e degli altri pedanti valga il parere del Vossio, il quale parlando della Genealogia disse: Magnam eruditionis et industriae laudem retulit opei^e ine-
• Novelle Letterarie, Firenze, 1748, col. 221.
LXXXII INTRODUZIONE
morato.^ Tutti quelli che pensano che tra la pa- rola e il pensiero sia possibile il divorzio, o inutile la proprietà e T eleganza del dire, perdoneranno agevolmente al nostro autore il difetto di classicità in una lingua morta, mentre egli seppe arricchire di tanta grazia, di tanta bellezza la sua propria.
XIV. Del contenuto delle Lettere.
Nella prima a Fiammetta, con la quale le de- dica la Teseide, le dichiara come nel poema tra i favolosi gesti di Archita e Pai emone inserì i fatti del suo innamoramento.
Nella seconda che è pure alla Fiammetta indi- rizzata, come dedicatoria e proemio del Filostrato, dichiara di nascondere parte della storia del suo amore con la bella napoletana.
Nella terza all'Acciaioli manifesta il desiderio di rivederlo presto in Firenze, e lo mette in guar- dia contro le inique e adulatrici lingue.
La quarta è dedicatoria dell'^'^^^^o a Niccolò di Bartolo del Buono, lodando la liberalità e le altre virtù di questo suo concittadino.
Nella quinta a Francesco di Messer Alessan- dro de' Bardi gli dice che per ricrearlo gli manda una lettera in dialetto napolitano.
' De histor. latin. ^ e. 1.
INTRODUZIONE LXXXIII
La sesta a Za n obi da Strada reputo apocrifa.
La settima al Petrarca è per rimproverarlo di essersi fermato presso l'Arcivescovo Giovanni Vi- sconti nemico di Firenze.
Nella ottava in esametri latini, con la quale accompagna al Petrarca una copia della Divina Commedia, fa le lodi di Dante ed eccita Famico ad accogliere, a leggere, a lodare, a vedere l'opera di così grande concittadino.
La nona a Messer Pino de' Rossi è per conso- larlo dell'esilio.
Nella decima al Petrarca maestrevolmente narra come essendosi recato a Venezia per visitarlo, non lo avendo trovato, fosse accolto dalla sua figlia e dal suo genero Francesco da Brossano cordial- mente, e come nella sua nipotina gli sembrasse di vedere il ritratto di una sua figlioletta morta da pochi anni.
La undecima al Priore de' SS. Apostoli è una fiera tirata contro l'Acciaioli e il Priore per la brutta accoglienza che gli avevano fatta in Na- poli, dopo che l'Acciaioli disperò che il Boccaccio si facesse suo panegirista.
Nella duodecima a Iacopo Pizzinghe rallegrasi che egli coltivi la poesia.
Nella tredicesima a Ugo re di Cipro narra le difficoltà dell' opera che gli aveva commesso della Genealogia degli Dei, e gli fa il disegno dell'opera, alla quale essa lettera serve d'introduzione.
Nella decimaquarta che è dedicatoria Dello
LXXXIV INTRODUZIONE
donne illustri a Madonna Andrea Acciaioli, di- chiara le ragioni che lo indussero a presceglierò questa signora.
La decimaquinta in versi latini fu scritta per sollecitare il Petrarca a pubblicare il poema T^- frica.
Nella decimasesta si lamenta con Niccolò da Montefalcone abate di S. Stefano di Calabria, per- chè, dopo averlo invitato a quella Certosa, fosse fuggito invece di ospitarlo ; e tuttavia dimentica r offesa e rende un servigio allo scortese monaco.
La decimasettima dichiara le allegorie delle sue egloghe ed è diretta a Frate Martino da Signa.
Nella decim ottava a Maghinardo Cavalcanti, gentiluomo fiorentino , narra minutamente una sua malattia di fegato, e come fu curato.
Nella decimanona a Maghinardo detto lo rin- grazia di un ricco dono di un vasetto d' oro pieno di monete d'oro, e dell'affezione che gli dimostra nel piangere de' suoi mali; e poi che egli tien troppo conto delle sue Lettere e dei suoi libri, e lo prega a non far leggere il Decamerone alla sua moglie e alle altre sue parenti.
La vigesima è quella scritta da Ravenna e che reputo sia invece di Giovanni da Ravenna, nella quale si danno al Petrarca notizie di Pier Damiano.
Nella vigesimaprima ringrazia Messer Niccolò dei figli d'Orso dell'offerta ospitalità.
INTRODUZIONE LXXXV
Nella vigesimaseconda rimprovera dolcemente il giovane Matteo D'Ambrosio, perchè lo lodi.
La vigosimaterza è commendatizia ad alcuni giovani che si recavano da Siena alla scuola di Pietro da Retorica in Bologna.
Nella vigesimaquarta a Messer Pietro da Mon- reforte lo ringrazia, perchè innalzi il suo nome, e l'opera De genealogìa Deo?nim; ma nello stesso tempo si lamenta che pubblichino le sue cose a sua insaputa e scorrette; si difende dal sospetto di aborrire la religione cristiana; scusa il Pe- trarca, perchè non pubblichi V Africa e lo difende dai critici.
La vigesimaquinta a Maghinardo Cavalcanti è dedicatoria dei Cast degV illustri infelici.
La vigesimasesta è compiantiva al Brossano per la morte del Petrarca.
E così, come T ultima lettera del Petrarca è diretta al Boccaccio, l'ultima di questo fu scritta pel Petrarca.
XV.
Autografi.
Non solo il Boccaccio compose molte opere, ma molte più ne trascrisse dagli antichi, in ispecie latine. Non so dove oggi sia la copia ch'egli fece dfll,t Vita nuova di Dante;* si vuole di sua mano
' Mehus, Yita di Ambrogio Traversaria pag. 185.
LXXXVl INTRODUZIONE
il Terenzio che si conserva nella Laiirenziana (Pluteo, XXXVIII, Cod. 17); la Divina Commedia posseduta dalla Biblioteca di Parigi ; * il trattato De consolatìone iihilosophiae nella Vaticana (Co- dice 3362) colla seguente annotazione di Bernardo Bembo : Ilunc autem Ubellum de consolatìone ad- moduni adolescens scripsii, ut fama induhia Flo- rentinorum tulit. Mihique innotuit, ea collatione characterum cum his libris acta, dum ibidem ora- toria fungerer ecc. A. D. 1475. Ber. Beni. Doct. Me. Orat. In fine dell'opera, di mano del Boc- caccio , leggonsi questi versi :
Floi-e correctus, verus de falso refectus, Quod defuit adest. Quod superabat abest. Emptor literis; cori'eclo me potici is: Possessof gaude, cui liber est sine fraude.
Il Manoscritto è miniato, e ad ogni cantica v'è Tarme del Petrarca, è nitidissimo e di bel- lissima mano.
Di lui si tengono le note marginali al trattato Be Officiis di Cicerone che è in Laurenziana.'
Una copia della Fiammetta^ è nella Nazionale di Firenze. Il Palermo dubitò che fosse autografa la Lettera a Pino de"* Rossi che si conserva nel
* Questo Codice raembranaceo in foglio appartenne già alla Vaticana ed era segnato col n.° 3199. Nel primo foglie» leggesi : « Dante, le poesie scritte di mano del Boccaccio, con <i una epistola sua in verso latino, diretta al Petrarca, con « la mano d' esso Petrarca in alcuni luoghi ■». Fui. TJrs.
' Codice 13, Pluteo 76, membranaceo in 4° del sec. xii.
^ V. Ciampi, Monumenti ecc., pag. 494, n.
INTRODUZIONE LXXXVII
Codice palatino E, 5, 8, 69. Altri crede autografa la lettera a Pietro da Retorica del Cod. 108, Pal- chetto IV, della Nazionale di Firenze.
Tutti questi sono veramente autografi del Boc- caccio, o sono i soli che restano? Non lo saprei dire. Mi pare che si dovesse accuratamente far questa ricerca da uomini competenti e per cura del Municipio fiorentino, di cui questo grande uomo è singolare ornamento.
XVI. Dei ritratti di Messei" Giovanni Boccaccio.
Dubitano alcuni che resti la vera effigie del- l'autore del Decamerone; a me non pare così, e reputo che alcuni disegni si accostino molto al vero, come sono conformi alle descrizioni dei con- temporanei, e soprattutti quello del Cod. 38, Pal- chetto II della Nazionale di Firenze, figura intera a penna con veste talare e cappuccio, e un grosso libro sotto il braccio destro che può essere il De- camerone, di assai corretto disegno.*
Altro pure bello, miniato, seduto in cattedra, vestito al modo istesso, mentre forse spiega la Divina Commedia, e l'ascoltano alcuni Monaci se- duti al pie della cattedra, è del 1379 nel Codice Laurenziano 49, Pluteo 34.
' li ritratto è in fine del Proemio del Filostrato. Il Codice è scritto di mano di Rigo di Alessandro Kondinelli, finito di scrivere a dì 23 ottobre 1397.
LXXXVIII INTRODUZIONE
Altro miniato che si conserva pure nella Me- dicea, insieme con quelli del Petrarca e di Dante mi pare pochissimo somigliante.
Altro piccolo ritratto miniato in un ovale si vede nel Codice Riccardiano 2544.
Altro miniato nel Cod. Parigino 7759, mem- branaceo in parte, in parte cartaceo, in fol. pic- colo del secolo xv.
Altro a penna nel Cod. Riccardiano 991, mem- branaceo in IS'', del secolo xiv. •
Altro nel Cod. Laurenziano 49, Pluteo 90 inf. cart. in 4° del secolo xv.
Ne ò veduto un altro a penna assai bello in un Codice della Teseide che si conserva nella Nazionale in Firenze, ma ultimamente, nell'Autun- no scorso, non mi riesci di ritrovarlo, per quante ricerche facessi.
In Certaldo nella chiesa di S. Iacopo, come si rileva da un Codice della Biblioteca Barberina * e dalle Annotazioni e discorsi sopra alcuni luoghi del Decamerone ' e da quanto sappiamo da Lat- tanzio Tebaldi, era almeno sino al 1503 un ritratto di Messer Giovanni dipinto nel 1365 o nel suo cinquantaduesimo anno d'età. Nel Codice barbe- riniano n.° 1731 si legge tra le altre cose del Tedaldi quanto segue : Adverte, Lector, quod dum essem Cerialdi Vicarius, ìhique invenerim in Eccle-
' Cod. 1731. citato dal Ciampi, Monumenti ecc., pag. 651. ^ Edizione Giunti, Firenze, 1574.
INTRODUZIONE LXXXIX
sia S. lacopi imaginem Johannis Bocc<icci pictam, oc eius cadaver in eadem ecclesia sepultum, in eiiis imaginem, similem imayini pictae, a Johanne Francisco Rustico , tane temporis sculptove opiimo, cum tabula marmorea ìiis lileris suhsequentihus sculpta :
« lohannis Boccaccii poetae lepidissimi Lactan- « tius Thedaldi dum prò fiorentino populo hic prae- « turam gerebat admiratus ingenii festivitatem et <c inventionis copiam prò renovanda eius memoria <c suo et multatiti© aere hoc illi monumentum di- « cavit an. salutis mdiii ».
Ma gli annotatori al Decamerone ci dicono che « Come si fa de' ritratti di quella età che si « vogliono con tutti gli abiti et dimostrazioni che <c rappresentano que' tempi, et noi abbiamo fatto « del suo mandando fino a Certaldo per esso, « dov'è nella tavola della Cappella de' suoi an- « tichi fatta dipingere da lui l'anno 1365 della «sua età 52, se è vero che nascesse nel 1313; « perchè quel di marmo che vicino a questa età, « quando fu rinnovata la sua sepoltura, vi fu posto, « et onde no sono cavate alcune copio, non pare € che ci rappresenti così vera la imagine sua ; et « l'abbiamo voluto con quel cappuccio a gote, op- 4c pure a foggia che sia, il quale gli usava ».
E questo ritratto fatto dai Deputati alla Re- visione del Decamerone, fu riprodotto dal Ciampi.'
' Monumenti di ìtn manoscritto autografo occ. Milano, Molina, 1830.
XC INTRODUZIONE
Oltre la tavola in Certaldo nella stessa chiesa pare che fosse scolpito il ritratto di lui in basso- rilievo con la sua arme, e l'autepitaffio, e i versi aggiunti da Coluccio Salutati/
Infine la nobil donna Carlotta Medici ne" Len- zoni salvò gli ultimi avanzi del sepolcro e li col- locò nella casa da lui abitata in Certaldo, ed ivi gli fece fare un altro ritratto dal Benvenuti, ri- tratto poco stimato dagl'intendenti.
La vera effigie ci sarebbe stata serbata anco da un ritratto che la Signoria di Firenze fece dipingere nella Sala minore del Palazzo Vecchio con questa iscrizione:
DOMINUS JOHANNES BOCCACCIUS
PROGENIES CELEKRIS BOCCACCIO, CLARK JOHANNES
QUI GENUS OMNE DEUM, QUI PASCUA, QUIQUE VIRORUM
ILLUSTRES CASUS CEI.KBRANS MULIERIBUS OMNE
DAS DECUS, EX MERITIS HIC TE FLORENTIA PINXIT. *
Ma 0 sia che il tempo V abbia guasto, o che per incuria degli uomini sia stato imbiancato o coperto di arazzi, il fatto sta che sebbene per cor- tesia del cav. Saletti, segretario del Municipio, mi fosse dato facoltà di ricercarlo, non ebbi la for- tuna d' invenirlo. Né il Moise nella Descrizione di Palazzo Vecchio mostrò di averne più notizia, ep- pure sarebbe desideratissimo che il cav. Milanesi, o il sig. Pini o gli altri cultori della storia del- l'arte ne facessero ulteriori ricerche.
' Ciampi, 1. e. pag. 644.
- Vedi Mehus, 1. e. pag. 266.
INTRODUZIONE XCI
Il Boccaccio si vedeva ancora dipinto nel Duo- mo fiorentino sopra la porta maggiore insieme con Zanobi da Strada, con Dante, col Petrarca e coirAccorso/ Il Manni poi con una invidiabile sem- plicità ci narra che il Patriarca di Aquileia fece dipingere il nostro autore in un quadro di S. Nic- colò che sta sulF aitar maggiore della Cattedrale di Udine, quando in uno istesso giorno Y ospitava in un col Petrarca, il Cavalcanti e Cino da Pistoia; e vogliam pensare ch'egli non parlasse di Guido Cavalcanti morto nel 1300. * E poi che è noto , come sopra è detto, che il Boccaccio non conobbe di persona il Petrarca prima del 1350 e Cino morì nel 1340, quindi l'incontro è impossibile. Resta solo a sapere di qual tempo è quella pittura e donde sia tolto il ritratto. Andrea del Castagno che dipinse' il Boccaccio con altri uomini illustri a Legnaia in una Sala della villa di Pandolfo Pandolfini nel secolo xv, poteva avere o nel ri- tratto che si conservava nel Palazzo della Signoria
• Vedi Elogi degl'illustri Toscani^ pag. cxliii. Oggi non esiste più, come sono assicurato, per cortesia, dal cav. Milanesi.
* il oh. Pirona gentilmente mi fa sapere che il quadro non esiste più certamente e non doveva essere nell'altar mag- giore della Cattedrale, ma in una delle Cappelle laterali. Sennonché nel principio del secolo passato (1706-20) il gran- dioso tempio gotico venne lestaurato cambiandogli stile ! e la cappella rifatta e allora il quadro o l'affresco dovè perire. Non ò potuto vedere quello che ne dice il Conte Fabio Mo- niago nella sua Guida d' Udine per le Belle Arti.
' Vasari, Vita di Andrea, pag. 293, edizione di Milano o di Trieste.
XCII INTRODUZIONE
0 in altri che per avventura rimanessero, o dalle stesse relazioni di uomini che dovevano aver co- nosciuto di vista il grand' uomo, facilità di ritrarlo simile al vero. Ma V opera di Andrea pare a noi che si discosti più delle altre dai sembianti, quali almeno ci trasmise la tradizione. Questo ritratto discoperto dal sig*. Emilio Burci fu indi per cura del cav. Milanesi e del sig. Pini fatto trasferire nel Bargello, ove ora si conserva, poi che la villa già Pandolfini oggi è casa colonica dei signori Rinuccini.
In Padova, nella chiesa parrocchiale di S. Mi- chele, nella parte sinistra dell'atrio che conduce alla porta laterale, vi è dipinto il funerale della Vergine e fra gli assistenti Iacopo da Verona nel 1397 vi dipinse i veri ritratti di Dante, di Pietro d'Abano, del Petrarca e del Boccaccio; ma poi il Rossetti, a cui attingo queste notizie, sog- giunge : « Il Boccaccio però si riconosce alla cor- pulenza, non ai lineamenti ».*
Il Vasari parlando delle pitture di Raffaello nella Sala della Segnatura in Vaticano, scrive: « Sonvi ritratti di naturale tutti i più famosi ed antichi e moderni poeti che furono e che erano fino al suo tempo, i quali furono cavati parte da statue, parte da medaglie, e molti da pitture vec- chie, ed ancora di naturale, mentre che erano vivi,
' Descrizione delle pitture di Padova^ 1780, pag. 246.
INTRODUZIONE XCIII
da lui medesimo ».' Il Boccaccio è nel numero degli uomini illustri quivi ritratti dall'Urbinate.
Il ritratto dipinto dalFAllori, detto il Bronzino, si conserva nella Galleria dei signori Riccardi in Firenze.
Un altro ritratto a olio è nella Galleria degli UiSìzi in Firenze.
Ai nostri giorni sta ritraendolo in marmo, mag- giore del vero, per il Comune di Certaldo il va- lente artista signor Passaglia.
A questi aggiungo quelli in rame e in legno citati dal FoUini:
1. Ritratto (senza indicazione).
2. Ritratto in legno con lettere Gio. Bocc. Trovasi nel libro delle donne illustri , tradotto dal Betnssi con la giunta del Serdonati. Fiorenza, Giunti, 1596. Innanzi alla vita dell'autore descritta dal detto Betussi.
3. Ritratto in rame in 8° preso da uno antico presso Apo- stolo Zeno autore dell' intaglio notato G. P. S. Sta unito alle 28 Novelle scelte del Boccaccio. Padova, 1739. Cornino, in 8*^.
4. Ritratto in rame in 4*^ autore don Theodorus de Brj, ma senza la sua cifra con lettere intorno Ioannes Boc- catius de Cetaldo (sic). Sta nella Biì)lioteca chalco- grafica lan. lacobi e Boissardi. T. i. Francoforti, 1650, in 4°. Segnatura E e e. v. Sadoleto.
5. Ritratto in rame in 8° nel t. i del Decamerone di Ve- nezia, 1761 con data di Amsterdamo, in 8" senza nome d' autore.
' Vasari, Vita di Raffaello., voi. ix, p. 18, ed. Le Monnier.
XCIV INTRODUZIONE
Ci. Ritratto in rame in 4*^ senza autore, precedente il fron- tespizio del Decamerone ediz. del 1761, in 4'' del testo Mannelli.
7. Ritratt-o in rame in 8** nel t. i del Decamerone. Li- vorno, Tommaso Masi e Comp. , 1812, autori.
Angelo Lapi fece in Livorno, 1789. Aless. Allori dip. , Pompeo Lapi scul.
8. Ritratto in rame (arbitrario, a mio credere) con la nota dell' autore Comirato ine. Sta nel libro intitolato : Bue illustri prose di M. Gio. Boccacci, emendato dal Gamba. Venezia, 1825, in 12". Queste due prose sono la Vita di Dante e la Lettera a M. Pino de' Rossi.
0. Ritratto in rame unito in un rame stesso, ma di per sé in ovato formato da una serpe con quello di Dante e del Petrarca, in linea con quello del Petrarca, ma quasi difaccia. Nella Commedia di Dante, Roveta, 1820, 8^*, in faccia al frontespizio.
10. Ritratto in rame figura intiera che tiene con la destra il libro del Decamerone. Sta nella tavola in rame pre- cedente il frontespizio del voi. i al Vocabolario della Crusca, nella quale notansi gli autori Agostino Massucci inv. e del. Carlo Gregori incise. Firenze, Manni, 1729, in fol.
11. Ritratto in legno figura intera insieme con Dante e col Petrarca, tutte figure intere; è quello che sta nel mezzo.
, Sta nella tavola in legno che è ne' Mondi del Doni. Venezia, Marcolino, 1552, in 4°, fol. 60 v. È ripetuta la tavola a pag. 106 v.
12. Ritratto stesso nella medesima tavola ripetuta ne Marmi del Doni. Vinegia, Marcolini, 1552, P. ii, pag. 104.
13. Ritratto in rame in fol. da un quadro presso Gio. Lo- renzo de' Nobili Giuliano Traballesi del. — Frane. A llegrini se. i761 unito all' Elogio ( di Giuseppe Pelli ). Allegrini, Uomini illustri Toscani. Voi. i, ritratto viii v. liberti (Farinata).
INTRODUZIONE XCV
14. Ritratto in rame in contorno in 12*'. Titien pmx. Laìi- don direx} London Galerie, all' Elogio è sosoritto R. I. V. Bacone (Ruggeri).
15. Ritratto in rame in piccolo tondo. Nel frontespizio in rame del Diitionario italiano et Hollandese di Mosò Giron. Amsterdam, P. Murbier, 1710, in 4", t. i e ii.
16. Ritratto in un tondo con lefieie intorno Io. Boccati. Fio. Rhe. Neir edizione del Oecamerone in francese, Lyon, 1552, Guglielmo Bovillio, in 12", inciso in legno.
17. Ritratto in rame in 4". L. Auber se. Sta nell'edizione.
18. Ritratto medesimo inciso dal medesimo, anzi il rame stesso nuovamente impresso. Sfa in faccia al frontespizio della lettera critica del Buonamici sulle osservazioni ag- giunte da Paolo Rolli nella sua edizione qui sopra no- tata. Parigi, 1728, Giovan Battista Coignar.
19. Ritratto in rame da un getto in bronzo a foggia di me- daglia senza rovescio del secolo xv o principio del xvi sui frontespizi dei tre tometti in 12° delle ^oveìle ine- dite. Roma, 1824, per Carlo Mordacchini, con leggenda intorno : Io. Boccaccius Floren.
'20. Ritratto, pure arbitrario, in legno con barba e laureato. Sta sul frontespizio rosso-nero AèiV Amorosa visione in 8°, Vinegia, 1531. Niccolò d'Aristotele detto Zoppino.
21. Ritratto in legno, in un tondo con leggenda: Io. Boccati. Fio. Rhe. Rovilleis, Promptuarium Iconum. Lugduni, 1553, in 4*^, P. II, pag. 188 v. Archelaus, ritratto 1.
22. Ritratto medesimo Rovillio. Prontuario delle medaglie. Lione, 1553, in 4**, P. ii, p. 188 v. Archelaus, ritratto 2.
23. Ritratto medesimo nell' opera suddetta. Lione, 1758, in 4'^, P. II, pag. 188 v. Archelaus, ritratto 3.
24. Ritratto in legno, lo stesso del ritratto primo notato. Va unito quasi a contatto con ritratto simile in legno della Regina Giovanna di Napoli, ma non scolpito nello stesso legno, ma di per sé, come dal ritratto primo che è solo apparisce. Sta con le Annotazioni de' Deputati.
XCVl INTRODUZIONE
Firenze, 1574. Giunti, innanzi al Discorso a' benigni Lettori.
25. Ritratto in rame copiato da questo precedente che va nello stesso modo unito a quello della Regina Giovanna, ma nella stessa forma distinto e copiato v. Ciampi, Mo- numenti di un manoscritto autografo e Lettere ine- dite del Boccaccio. Milano, 1830. Paolo Andrea Molina in 8°. Sta in faccia al frontespizio.
2Q. Ritratto in rame con leggenda Johannes Boccatius historic. et Poeta Florent. Freheri Pauli, Theatrum virorum eruditione clarorum, tab. 65, ritratto 6, p. 1419, vita in pag. 1423 v. Freherus Paulus, ritratto 1. '
A questi si vogliono aggiungere i seguenti:
1. Quello inciso in foglio da Girolamo Cock pittore e in- cisore e mercante di stampe nato circa il 1510 in An- versa e ivi morto nel 1570; del quale possiedo una fo- tografìa regalatami dall' egregio Ing, Pini instancabile cultore della storia delle Belle Arti.
2. Altro che si vede negli Elogi di Paolo Giovio, edizione di Basilea, Berna, 1596, ad acqua forte.
3. Nel Frehero t. li, degli Elogi, con ritratto che è detto niente somigliante dal Manni, Codice 26 bis, Classe 25 dei non registrati dalla Nazionale di Firenze.
4. Quello inciso da Giuseppe Calendi e premesso alla Vita del Boccaccio del conte Baldelli, Firenze, Ciardetti e C, 1806, ricavato da quello del Bronzino.
5. Nel front, del Decamerone. Venezia, Gio. Giolito, 1538.
6. — ediz. di Venezia. Gabriel Giolito, 1542, in 4^.
7. — e in altra ediz. dello stesso Gabriel Giolito, in 12°; il ritratto è a foggia di medaglione.
8. — altro nell'ediz. di Londra, 1684.
9. — altro nelle centotto novelle. Padova, Cornino, 1739.
' Pollini, Iconografia Universale, t. iii, art. Boccaccio.
INTRODUZIONE XCV'II
10. — e in quella di Venezia delle stesse ventotto novelle, appresso Giuseppe Bortoli, 1744.
11. — e nell'altra ediz. dello stesso Bortoli, Venezia, 1748.
12. — nell'edizione di Londra (Parigi, Prault) 1757, con 110 incisioni di Gravelot, Eisen e Cochin, e il ritratto del Boccaccio.
13. — nell'ediz, in Toscana a spese di G. Ghiara, 1770, in 8**.
14. — e in quella delle trenta novelle. Venezia, Batta- glia, 1785.
15. — nell'ediz. dei Classici di Milano, 1803.
16. — nell'ediz. di Pisa, co' caratteri di F. Didot, 1816, v' è il ritratto inciso da Raffaele Morghen, ediz. in fol.
17. — e il ritratto inciso dal Morghen à pure Tediz. di Pisa, Capurro, 1816.
18. — altro inciso dal Lasinio si vede nell'ediz. di Londra, (senza nome di stampatore ) 1815-16 (Pisa, Capurro).
19. — ■ e nelle novelle scelte. Parigi, fratelli Bossange, 1825.
20. — e nelle novelle oneste. Alvisopoli, 1830.
21. — altro ritratto è nell'ediz. del Passigli, Firenze, 1831.
22. — nella traduzione di Ant. Le Macon vi sono undici incisioni all'acqua forte, tra le quali il ritratto del Boc- cacio. Paris, D. lonaust, 1873.
23. Ve ne à uno di scuola fiamminga in rame.
Il conte Mazzucchelli cita due medaglie di bronzo, ma senza indicare l'età: l'ima à nel di- ritto l'effigie di lui con la scritta: loliès Bocatius Florent. , e nel rovescio una donna in piedi che guarda attentamente un serpente, cui tiene nella mano destra, senza motto ; la seconda, di forma massima, non à nulla nel rovescio, e nel diritto il busto del Boccaccio colle parole : lohes Boccac.^
' iMazzucchelli, Annotazioni alle vite del Villani, nota 4L
XCVIII INTRODUZIONE
Infine, compiendo questo laborioso studio, come sento il dovere, così mi gode T animo di avere a ringraziare il cav. Giulio Cesare Sansoni, savio ed avveduto editore, che più liberalmente di altri volle ricompensare l'opera mia, e gli amici e i cono- scenti che mi soccorsero nelle ricerche, nella col- lazione e correzione delle Lettere latine guaste in modo indicibile, e tra questi i professori Bruni e Vitelli, il comm. G. Ferrucci e il cav. N. Anziani della Laurenziana di Firenze, il cav. T. Sacconi della Nazionale, i cav. G. Milanesi e G. E. Sal- tini dell'Archivio di Stato, il cav. G. Palagi non che i prof. A. D'Ancona e G. Carducci.
APPENDICE I
DOCUMENTI
I.
Della casa del Boccaccio in Firenze.
Per le Case del Boccaccio in Firenze non trovo meglio che trascrivere qui quanto si legge nella Villeggiatura di Maiano ài Roberto Gherardi (Illustrazione tuttora inedita) copia della quale mi fu comunicata cortesemente dal cav. Giuseppe Pa- lagi, segretario della Deputazione provinciale di Firenze.
« E naturale il persuadersi che il di Lui genitore, abban-
" donata la sua patria di Certaldo, comprasse tosto questa
villetta e podere di Corbignano, e che poi essendogli nato il
< nostro M.Giovanni facesse acquisto circa al 1314 di una casa « nella città di Firenze, presso a quella porta, che conduceva « alla sua villetta come si usava a quei tempi, e questa casa € la sciegliesse, posta nel popolo di San Pier Maggiore in
< Via S.» M.« 0 nel Gonfalone delle Chiavi, come si scuopre * dal Libro delle Riformagioni segnato i^, che tira dal 1313 « al 1318 sotto di 10 ottobre 1318, ove si ordina, che il detto « Boccaccio sia levato dal libro delle Gravezze di Certaldo, « e resti aggi'avezzato in quello di Firenze , ^er essere egli « tornato ad abitarvi, nel Gonfalone delle Chiavi da quattro « anni già scorsi. Questa casa del Boccaccio non può essere
e APPENDICE I
« altra che quella posta nel detto popolo di S. Pier Maggiore « nella detta Via S.» M." , presso alla cantonata che fa detta « strada con la Via del Giardino di proprietà in oggi dei « PP. Minori Conventuali, scoperta da me per mezzo dei con- « fini di altra casa venduta nel 3 luglio 1333, per rogito di « Ser Salvi Dini, e descritta come appresso: — Una casa posta « nel popolo di S. Pier Maggiore, ed in Via S.^ M.» cui a 1° detta « Via 2° la Chiesa di S. Reparata, a 3° di Ruggiero di Scotto, « e degli Albizzi a 4°. A tempo di altra vendita della mede- « .sima, seguita nel 25 aprile 1326 per rogito di Ser Buonacosa « di Compagno, confinava Boccaccio da Certaldo, ed in oggi « gli Eredi di Cino, bicchierai. Osservandosi il contorno dei « confini di questa casa venduta, si scuopre essere quella « stessa, che in oggi è divenuta dell'Opera del Duomo, che « sta in mezzo all'altra che ora, e fin di quel tempo, è stata « posseduta dall'Opera medesima, e che fa cantonata in Via « del Giardino, e dall'altra parte, vale a dire verso mezzo- « giorno, resta accanto alla casa dei PP. di S. Croce di Fi- « renze presentemente, e che in antico fu di proprietà del « Boccaccio ; il quale bisogna che la vendesse poco dopo « al 1326, poiché avendo egli emancipato Francesco altro suo « figlio , che si trovava vicino alla pubertà, e, gli fece com- « prare nel 21 agosto 1333 un'altra casa in Firenze nel po- « polo di S.a Felicita per rogito di Ser Salvi Dini, ove esso « (sic) con i suoi figli; e di cui parla il sig. Manni nella sua « illustrazione, che confinava a 1° e 2° Via, a 3° Domenico « Barducci, e à 4° Vanni di Cera, e degli eredi di Ghino Ca- « nigiani. Lo stesso Boccaccio fece poscia acquisto di un' al- « tra mezza casa il dì 13 dicembre 1342 per rogito di Ser Fran- ca: Cesco di Ser Matteo, come si riscontra da un Libro di Ga- « bella di detto tempo esistente nell' Archivio del Monte « Comune di Firenze. La quale penso che sia quella posta nel « popolo di S. Ambrogio, donata dipoi alla Compagnia di Or- « saramichele, come dal Registro della medesima, principiato « dal 1340, a e. 133 si vede ».
DOCUMENTI CI
II.
/ Capitani della Compagnia di Orsanmichele si consigliano col Boccaccio e altri notevoli cittadini.
R. Archivio di Stato in Firenze. — Archivio de' Capitani d' Orsanmichele, Voi. di n.» 56 dal 1365 al 1369 a e. 37 ecc. 1367, 2 d'aprile.
I capitani di questa compagnia, eccetto Romigi d'Andrea Rondinelli, considerato la piccola entrata al gran debito ch'ai presente si truova avere la detta compagnia, e le poche limo- sina e le grandi spese in murare che ora si fanno; delibe- rarono di prendere partito, se da seguitare fosse o non il lavorìo che, per adornamento e salvezza del tabernacolo di Nostra Donna, è incominciato nell'arcora del palagio, il quale è sopra il detto tabernacolo; e sopracciò vogliendo avere sano e intero consiglio, avendo ragunati per la detta cagione più e più cittadini, tra' quali furono messer Giovanni Boccacci, raesser Gianfìgliazzi, messer Donato del Ricco (Aldighieri da San Remigio), Uguccione di Ricciardo de' Ricci, Piero di Filippo degli Albizzi, Salvestro di messer Alamanno {de'Me^ dici?), Alessandro di messer Riccardo de' Bardi, Filippo Giam- mori , e più altri assai, e a loro domandato consiglio sopra la detta matera ; ultimamente da loro furono consigliati di comune concordia, siccome saviamente il detto messer Luigi recitò per tutti i richiesti , eh' al presente con sollecitudine si desse compimento alle sue arcora incominciate, dove con buona coscienza i danari della compagnia vi si possano spen- dere; e che compiute quelle, allora con nuova deliberazione sopracciò si provegga. E oltre alla proposta consigliarono che per accrescimento di devozione ed utilità della detta compa- gnia e bellezza e orrevolezza del detto tabernacolo, ed eziandio di tutta la città, il più tosto, che si potesse i capitani des- sono opera, con l'aiuto de' Signori Priori, a fare levare la piazza del grano e della biada, e a fare levare il palagio del-
cu APPENDICE I
l'arte della Lana, con volontà e consentimento degli uomini della detta arte rifacciendone loro un altio cosi bello e più e dove il vorranno che stea lor bene ; e dove è quello si faccia piazza in sin alla strada mastra.
III.
Donazione fatta da Giovanni Boccaccio a suo fratello Iacopo d'una casa in Firenze (2 luglio 1361).
R. Archivio di Stato in Firenze. — ■ Diplomatico, Perga- mene provenienti da Coperte di libri, ad ann.
Ili Christi nomine, amen. Anno ab eius incarnatione mil- lesimo trecentesimo sexagesimo primo, indictione quartade- cima, die secundo mensis iulii; actum Florentie, in populo Sancte Felicitatis, presentibus testibus Bartholomeo Lapi Buti, Bartholomeo Is'iccholucci populi Sancte Felicitatis, Philippe Duccii Sensale populi Sancti Felicis in Piazza, ser lohanne do- mini Gherardi notarlo dicti populi Sancti Felicis in Piazza, ser Niccholao ser Pieri Mazzetti notarlo populi Sancte Marie Maioris et Simone lohannis dicti populi Sancti Felicis in Piazza, ad hec vocatis et rogatis et alii. Dominus lohannes fìlius quondam Boccaccii Gh elini de Certaldo, hodie commorans in civitate Florentie, in dicto populo Sancte Felicitatis, per se ot suos heredes, omni modo, via, iure et causa quo et quibus magis et melius potuit, sua libera et expontanea voluntate, pure mere libere sinpliciter inrevocabiliter et intervivos, iure proprio et in perpetuum, donavit dedit et titulo et causa do- nationis concessit, ita quod presens donatio nulla possit vel valeat aliqua ingratitudinis causa vel alia quavis revocari, re- tractari vel infringi, lacobo eius fratri carnali et quondam filio dicti Bocchacciì Ghelini de Certaldo predicto, hodie vero commoranti in civitate Florentie, in dicto populo Sancte Fe- licitatis, quandam domum cum curte et puteo et volta, positam in civitate Florentie in dicto populo Sancte Felicitatis, prò parte nella Via di Piazza et prò parte nella via cui dicitur la
DOCUMENTI CHI
Via di Mezzo, quibus omnibus a primo Via di Piazza, a secundo domine Vanne iixoris Pieri Geppi et filie olim Betti Kagii, muro communi in medio, a tertio lacobi Alexandri Guidetti muro communi in medio, a quarto dieta via cui dicitur la Via di Mezzo, a quinto Dominici Totini fornarii in parte et in parte heredum Bernardini Dini, infra predictos confines vel alios veriores; ad habendum, teneudum et possidendum et quicquid -eidem Iacopo vel eius heredihus, aut cui vel quibus dederit vel concesserit, placueiit perpetuo faciendum, cum omnibus ot singulis que infra predictos continentur confines vel alios, si qui sunt plures aut veiiores, et cum adgessibus et in- gressibus suis usque in vias publicas, et cum omni suo iure usu, proprietate, requisitione et pertinentiis suis atque domi- nio: constituens dictus dominus loliannos donator dictam do- mum et rem donatam cum totis iuribus et pertinentiis suis prò dicto lacobo et eius vice et nomine precaiio nomine se possidere, quousque idem lacobus tenutam et possessionem acceperit corporalem, quam «ccipiendi, intrandi et retinendi eidera lacobo ex pacto omnimodam licentiam contulit atque dedit. Quam domum donatam et donationem prefatam cum tolis iuribus et pertinentiis suis idem dominus lohannes do- nator ut supra promisit et convenit solempniter et per pactum solempne et valida stipulatione roborata eidem lacobo reci- pienti et stipulanti ut supra non revocare, infiingere vel modo aliquo anullare aliqua ingiatitudine, incuria vel offensa, vel alia quacumque ratione vel causa interveniente, sed ipsam domum donatam cum totis iuribus et pertinentiis suis dicto lacobo et eius heredibus et cui vel quibus concesserit ab omni persona, loco, collegio et universitate legiptime et secundum statula et observationes Comunis FloEontie defen- dere disbrigare et modis omnibus expedire. Quam donationem ot omnia et singula suprascripta et infrascripta et eorum quod- libet promisit et convenit dictus dominus lohannes donator dicto lacobo, ut dictum est recipienti et stipulanti, solempni €t valida stipulatione perpetuo firma et rata habere, tenere et perpetuo observare, et contra hactenus se non dedisse nec fecisse, nec dare vel facere in futurum per se vel alios aliqua iuris vel fucti occasione, sub pena dupli totius i-ey unde age- retur in singulis capitulis et membri» huius contractus in so-
t;iV APPENDICE I
lidum, solempni et valida stipulatione premissa, cum refoctione dampnorum et expensarum litis et extra : qua pena soluta vel non, darapnis et expensis restituti» vel non, predicta omnia et singula firma et rata perdurent. Pro quibus omni- bus et singulis et eorum quolibet perpetuo observandis et firmis tenendis, et prò dieta pena solvenda, si commissa fuerit et quotiens, obligavit dictus dominus Johannes donator dicto lacobo, ut dictum est recipienti, se ipsura et eius heredes et omnia et singula eius bona mobilia et immobilia, iura et no- mina presentia et futura que se prò eo et eius nomine iure precario constituita possidere. Renumptians in predictis omni- bus et singulis et eorum quolibet dictus dominus lohannes donator omni iuri et exceptioni rei non sic geste et non sic et tam solempniter celebrati contractus, non facte donationis promissionis et obligationis pactorum et omnium predictorum, doli, mali condictioni sine causa et ex iniuxta causa, actioni indebiti forique privilegio, iuri dicenti gereralem renumptia- tionem non valere, et omni alii legum iuri et constituti auxi- lio. Cui quidem domino lohanni donatori predicto predicta omnia et singula sic volenti, confitenti et guarentanti, pre- cepi ego Angelus index ordinarius et notarius infrascriptus per guarantigiam vice et nomine iui^amenti, prout mihi licuit et licet per formam capituli constituti Comunis Florentie de guarentigia loquentis, quatenus predicta omnia et singula a se super promissa faciat et attendat eidem lacobo in omnibus et per omnia ut promisit, superius continentur et scriptum est. Item, post predicta, eisdem anno et indictione et die pre- dictis. Actum Florentie in dicto populo Sancte Felicitatis, presentibus dictis testibus ad hec vocatis et rogatis et aliis. lacobus filius. quondam Boccaccii predictus, vigore diete do- nationis et licentie et pactorum in ea contentorum, et omni via modo iure et causa quibus melius potuit, intravit in tenu- tam et corporalem possessionem diete domus et rei donate cum omnibus pertinentiis suis, firmando et defirmando hostia et firmaturas hostiorum diete domus, et eundo et stando per di- ctam domum et in dieta domo et curte cum pertinentiis suis prò libito voluntatis, et omnia et singula faciendo que ad ade- ptionem vere tenute et legiptime possessionis convenire so- lent, in signum vere possessionis et animo acquirendi, ha-
DOCUMENTI CV
bendi et retinenJi possessionem diete domus et rei donate. Quam domura et rem donatani cura iuribus et pertinentiis suis deinceps animo et corpore constituit et possidere protestatus fuit, presente dicto domino lohanne donatore et omnibus et singulis actis per dictum lacobum consentiente, et ea omnia singula ad cautelam in quatenus expediat aprobavit et ace- ptavit in favorem dicti lacobi. De quibus omnibus et singulis et eorum quolibet i-ogaverunt dicti dominus Johannes et laco- bus me Angelura notarium infrascriptum quod de predictis pu- blicura conficerem documentum.
(L. S. ) Ego Angelus filium quondam ser Andree Donati de Florentiam imperiali auctoritate index ordinarius atque notarius publicus, predictis omnibus una cum dictis testibus interfui, eaque omnia et singula rogatus scripsi et publicavi. «ìeisque signo et nomine solitis roborari.
APPENDICE li
BIBLIOGRAFIA
m ALCUNI SCRITTORI DELLA. VITA DEL BOCCACCIO
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CVIII APPENDICE li
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ex APPENDICE II
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Schlegel (Guglielmo De). Le Dante, Petrarque et Boccdce justifiés de V imputation d' hérésie ecc. nel Voi. li delle sue opere Lipsia, Weidmann, 1846. Prende dei granchi sulla interpretazione delle Egloghe.
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Zeno (Apostolo). Annotasioni alla biblioteca del Fontanini^ tomo li, pag. 177.
Negri (P. Giulio). Scrittori fiorentini.
Foscolo Ugo, Dissertazione sul testo del Decamerone.
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— Monumenti di un manoscritto autografo e lettere inedite di M. Giovanni Boccaccio, il testo novamente trovato ed illustrato da S. C, seconda ediz. dal medesimo rivista ed accresciuta. Milano, Molina, 1830, in 16°.
Fracassetti (Giuseppe). Lettere familiari e Senili di M. Fran- cesco Petrarca, volgarizzate e illustrate. Vedi Indici.
HoRTis (Attilio). Cenni di G. Boccaccio intorno a T. Livio, cementati da A. H. Trieste, tip. A. Lloyd austro unga- rico, 1877. Edizione nitidissima: alcune copie distinte in carta canarina.
ScHiJCK. Boccaccios lateinische Schrifteri historischen Stoffes besonders in Bezug anf die alle Geschichte ne' Neue Jahrbucher fùr Philologie und Paedagogik. Ann. 1874, fase. 10 e 11, pag. 467-488.
Zambrixi (F.). Bibliografia delle opere del Boccaccio. Pre- pugnatore.
Vedi infine le Storie Letterario del Settembrini, del De Sanctis, del Giudici, del Ginguené, dell'Ugoni, e i Dizionari storici e biografici.
APPENDICE in
BIBLIOGRAFIA
DELLE LETTERE ITALIANE E LATINE
MANOSCRITTI.
L ( Laurenziani )
1. Cod. 49, Pluteo 34, memb. , in 4°, del secolo xiv, con un ritratto miniato del Boccaccio, fu scritto l'anno 1379 per uso di Lorenzo Ridolfi.
2. Cod. 38, Plut. 42, cart., in 4^^, del secolo xiv. Alcuno pensa di riconoscervi la mano di Francesco Petrarca.
3. Cod. 92, Sti-ozziano, cart., in 4'', del secolo xiv.
4. Cod. 180, Strozziano, memb., in 8°, sec xiv.
5. Cod. 26, Plut. 29, memb., in 4^, sec. xv.
6. Cod. 29, Plut. 52, memb., in fol. sec. xv.
7. Cod. 14, Plut. 90, inf., cart., in 4°, sec. xv, diligentemente scritto, ma non corretto.
fi. Cod. 10, Plut. 42, cart., in 4^ sec. xv. 9. Cod. 17, Plut. 43, cart., in 4°, sec. xv.
10. Cod. 26, Plut. 43, cart., in 4», sec. xv.
11. Cod. 27, Plut. 43, cart., in 4°, sec. xv.
12. Cod. 176, Bibl. Aedilium Florentinae Ecclesiae, cart., in fol., secolo XV.
13. Cod. 93, Strozziano, memb., in fol., secolo xv, di bella lettera.
14. Cod. 3, dei Segniani, cart., in fol., sec. xv.
15. Cod. 191, dei Fiesolani, memb., in fol., sec. xv.
16. Cod. 112, Palatino, cart., in 4°, sec. xv.
CXIV APPENDICE 111
17. Cod. 63, Gaddiano, del sec. xv.
18. Cod. 9, Plut. 52, memb., in fol., sec. xiv, dì buona lezione.
19. Cod. 30, Plut. 52, cart., in fol. gr., sec. xiv.
20. Cod. 97 1", Plut. 90, sup., cart., in fol., sec. xiv.
21. Cod. 97 2°, Plut. 90, sup., cart., in 49, sec. xiv.
22. Cod. 98 1", Plut. 90, sup., memb., in 4° gr., sec. xiv, otti- mamente conservato.
23. Cod. 98 20, Plut. 90, sup., memb., in 4» gr., sec. xiv, di ot- tima scrittura, con una miniatura in principio.
24. Cod. 98 3°, Plut 90, sup., memb., in 4°, sec. xiv, di lettera minuta, e con abbreviazioni.
25. Cod. 7, Plut. 26, Sin., parte memb., parte cart., in 4°,
sec. XIV, scritto da due mani.
26. Cod. 8, Plut. 52, cart, in fol., sec. xv, di mano di Niccolò Niccoli.
27. Cod. 27, Plut. 41, cart., in fol., sec. xv.
28. Cod. 28, Plut. 41, memb., in 4°, sec. xiv.
29. Cod. 29, Plut. 41, cart., in fol., sec. xv.
30. Cod. 28, Plut. 42, cart., in 4°, sec. xv, scritto da tre mani.
31. Cod. 44, Plut. 89, Inf., in fol., sec. xv, scritto da due mani. Manca il Prologo.
32. Cod. 95, Plut. 90, sup., cart., in fol., sec. xv,
33. Cod. 90, Plut. CO, sup., cart., in 4°, sec. xv.
34. Cod. 101, Plut. 90, sup., memb., in 4^, sec. xv, di bella lettera.
35. Cod. 102, Plut. 90, sup., cart., in fol., sec. xv, con minia- tura in principio, con note sul margine.
36. Cod. 35, Plut. 41, cart., in 4°, sec. xv. Con la spiegazione dei nomi delle persone che sono introdotte nell'Ameto.
37. Cod. 36, Plut. 21, memb., in fol., sec. xiv.
38. Cod. 25, Plut. 44, cart., in fol. sec. xiv.
39. Cod. 91, Plut. 90, sup., cart., in 4°, sec xv.
40. Cod. 92, Plut. 90, sup., cart., in fol., sec. xv.
41. Cod. 140, Plut. 90, sup., cart., in fol., sec. xiv la Teseide col commentario.
42. Cod. Segnano n*^ 3, car., in fol. sec. xv.
43. Cod. 26, Plut. 39, merabr. in 4", sec. xv.
44. Cod. 29, Plut. 34.
BIBLIOGRAFIA DELLE LETTERE ITALIANE ECC. CXV
45. Cod. Gaddiano, Plut. 90, sup, Cod. 98.
46. Cod. Gaddiano, Plut. 90, sup. Cod. 98, secondo, quasi con-
teraporaneo all'autore.
47. Cod. 8, Plut. 29, membr., in 4°, sec. xiv.
N (della Biblioteca Nazionale)
1. Cod. 10, Classe xxin, secolo xv inoltrato, cart.
2. Cod. 90, Pai. ii, memb. in 4° secolo xiv, con disegni a penna assai belli, nei primi otto fogli.
3. Cod. 54, CI. VIZI, cart. in 16° brutta lettera, secolo xv inoltrato. Cod. 54, CI. ix.
4. Cod. 1370, CI. vili, non si trova più al posto.
5. Cod. 1373, CI. vili, cart., in 4° sec. xv.
6. Cod. 1384, CI. vili, P. ii, 76 4° sec. jì\.
7. Cod. 1385, CI. vili, P. i, 71.
8. Cod. 136, CI. IX, cart., in 16'' sec. xv inoltrato.
9. Cod. 43, CI. XXIII, cart., in 4° sec. xv.
10. Cod. Palatino, E, 5, 8, 69, in 8° di fol. 18. Del sec. xiv. forse autografo : cosi il Catalogo Palatino. A me pare né autografo, né del secolo xiv ; ma le prime sette pagine del secolo xv inoltrato, le altre del secolo xvi. Se il Co- dice è il medesimo indicato nel Catalogo, non saprei dire.
11. Cod. 71. Pai. II, del secolo xv.
12. Cod. 61, Pai. I, memb. sec. xv.
13. Cod. 1445, CI. vili, cart., in 8° sec. xv.
14. Cod, 108, Pai. iv, cart., in 4°, sec. xv.
15. Cod. Palatino, E, 5, 4, 48, cart., in 4° con grandi margini; commentato nella prima metà; scritto, a quanto pare, da non toscano, assai corretto: del secolo xiv.
16. Cod. Palatino, E, 5, 5, 34: manca il Proemio. Il Catalogo lo dice del secolo xiv ; a me pare del xv.
17. Cod. 56, Pai. ii, manca il Proemio, cart., secolo xv.
18. Cod. Palatino, E, 5, 6, 60, del secolo xiv.
19. Cod. 156, Palatino, Baldovinetti.
20. Cod. 345, CI. xxv, cart., in fol. sec. xv.
21. Cod. 87, Pai. ii, cari., in 4°, sec. xv.
22. Cod. 197, Pai. iii, cart., in fol. sec. xv.
23. Cod. 327, Pai. ii, cart., in fol. sec. xv.
CXVI APPENDICE III
24. Cod. 104, Pai. ri.
25. Cod. 71, Pai. i.
26. Cod. 1040, CI. VII, cart., ia fol. sec. xv.
27. Cod. 122, Pai. v, cart., in fol. sec. xiv.
28. Cod. 36, Pai. ii, cart., in 4°; il catalogo lo dice del se- colo XIV ; a me pai-e del secolo xv.
29. Cod. 103, CI. VI, cart., in 18°, scritto da Michele di M. Pie- tro de Maffei e compiuto il 10 aprile 1465.
30. Cod. 17, Pai. ii, in 4°, cart., in fol. sec. xv.
31. Cod. 09, Pai. viii, cart., in 8°, sembra del secolo xiv.
32. Palatino, E, 5, 4, 8, in fol. mutilo in principio, del se- colo XIV.
33. Cod. Palatino, E, 5, 2, 49, cart., in 4°, sec. xv.
34. Cod. 15, CI. vili, cart., in 16° sec. xvii.
35. Cod. 1271, CI. vili, cart., in 4°, sec. xv.
36. Cod. 30, CI. VI, cart., in 49 sec. xvi.
37. Cod. Palat. E. 5, 4, 27, cart., in 4°.
38. Cod. Palat. E, 5, 4, 23, cart., in fol. sec. xv.
39. Cod. Palat. E, 5, 3, 40, cart., sec. xv,
40. Cod, Palat. E, 5, 5, 48, cart., in 4°, sec. xv.
41. Cod, Palat, E, 5, 2, 29, cart., in fol. sec. xv.
42. Cod. Palat. Panciatichi n.° 8, cart., in fol. sec. xv.
43. Cod. 64, Pai. ii, cart. a 2 col. in 4*^ sec. xv in fine : à que- sto titolo : Filostrato a la soa più e' altra piacevole Fi- lomena salute. Mutilo. Lezione diversa dagli altri Codici e stampe.
44. Cod. 27, Pai. ii, cart,, in 4°, sec. xv.
45. Cod. 38, Pai. ii, cart., in 4° di bella lettera per mano di
Arige d'Allessandro Rondinelli, finito di scrivere a di xxiii d'ottobre 1397; in fondo alla prima pagina l'arme del Rondinelli ; al fol, 3° v. il ritratto a penna del Boccaccio, figura intera, assai ben fatto.
46. Cod. 15, Pai. ii, cart,, sec. xv.
47. Cod. 51, CI. VI. Lettera a M. Pino de' Rossi, collazionata con varii mss, da Francesco Cionacci, Firenze, p, M, B. ci. fior., 1487, in 16".
48. Cod. 76, Pai. ii, del sec. xv inoltrato,
49. Cod. 31, CI. IX dei non registrati, secolo xv.
BIBLIOGRAFIA DELLE LETTERE ITALIANE ECC. CXVII
P {Parigini)
1. Cod. 3199, memb., in fol., già Vaticano, contiene la D. Com- media scritta di mano del Boccaccio, a cui premise il Carme latino: Jtaliae jani certus honos etc. Nel primo fogliosi legge : Dante, le poesìe, scritto di mano del Boccaccio, con un'epistola sua inverso latino, diretta al Petrarca, con la mano d'esso Petrarca in alcuni luoghi. Fui. TJrs.
2. Cod. lat. 8631, memb., in 16°, sec. xiv.
R {Riccardiani)
1. Cod. 1026, in 4'^, cart. , mutilo in fine, del secolo xv inoltrato.
2. Cod. 1063, cart., in 4°, sec. xv inoltrato.
3. Cod. 1064, cart., in 4^, sec. xv inoltrato.
4. Cod. 1086, cart., in 4», sec. xv.
5. Cod. 1152, cart., in 16°, sec. xv inoltrato.
6. Cod. 1111, memb. in 8°, sec. xiv, assai scoiTetto.
7. Cod. 1067, cart., in 4*^, sec. xv.
8. Cod. 870, memb., in 4*^, sec. xiv, di bella lettera, a 2 col.
9. Cod. 791, memb., in 4®, sec. xiv, di bella lettera.
10. Cod. 2544, cart., in 16°, sec. xv inoltrato.
11. Cod. 2313, cart., in 4°, sec. xv.
12. Cod. 2278, cart., in 4°, sec. xv.
13. Cod. 2204, cart., in 4°, sec. xv in fine.
14. Cod. 1080,- cart., in 4°, sec. xv, postillato dal Salvini.
15. Cod. 805, cart., in 4°, sec. xv.
16. Cod. 1057, cart., in 4°, sec. xv.
17. Cod. 1058, cart., in 4° sec. xv.
18. Cod. 1113, fol. sec. xvi, di mano di V. Monti. 19 Cod. 1095, in 4°, sec. xv.
20. Cod. 1090, cart., in fol. sec. xv.
21. Cod. 1071, cart., in 4°, sec. xv infine: Scritto per mano di me Girolamo Morelli per la moria del 1449, per mio piacere.
S {Senese) nella Biblioteca Comunale.
1. Cod. I, VI, 25, cart., in 4°, sec. xv in parte e in parte di età recente.
CXVIU APPENDICE IH
Marciana.
1. Cod 13, Classe x, cart., in 4", sec. xv* degl'italiani con- tiene : Epistola consolatoria celiberrimi poetae divi Boc- caccii de Certaldo ad D. Pinum de Rubeis Florentinum exulem. Altri quattro Codici pure del sec. xv conten- gono la stessa lettera.
2. Cod. 10, Classe xr, cart., in 4°, sec. xvi, contiene la lettera a Francesco de' Bardi, e quella al Priore de' SS. Apostoli.
Museo Britannico. Ms. Harleiano Cod. 5421, art. i.
STAMPE.
A Pino de' Rossi, Epistola o vero Lederà mandata a M.Pino de' Rossi confort(^toria. Firenze per M. B. CI. Fiorentino 1487, in 40.
— Venezia, Rusconi 1503, fol. unita all'Ameto e a due can- zoni dello stesso.
— Venezia, N. Zoppino e V. corap., 1522 in 8*^.
— Firenze, Giunti 1516, 8*^, ed ivi stesso 1525, 8°, in am- bedue le ediz. unita al Corbaccio.
— ivi per gli stessi 1525, in 8°, dietro al Corbaccio.
• — ivi per G. Pentio da Lecco 1528, 8'', da M. Tizzone Gae- tano da Pofi diligentemente rivista.
— trad. in frane, da Margherita di Cambis , Lyon chez G. Roville, 1556, in 16^.
— fra le lettere di xiii uomini illustri,
— nel lib. II delle lett. volg. di diversi pubbl. da P. Manuzio.
— nel lib. I della nuova scelta di lett. pubbl. da B. Pino nella parte iv dell'Idea del Segretario di Bartolommeo Zucchi a e. 97.
— nelle prose di Dante e Boccaccio , Firenze , 1723 ; dal Biscioni con annotaz. a p. 377, Firenze, 1723, 4°.
— con annotazioni di Proculeio Floro (D. Gio. Gentili), Li- vorno, 1770, 8°, stimabilissima edizione Zambrini.
niBLIO0R.VFIA DELLE LETTERE ITALIANE ECC. CXL\
— Dietro al Decameron ripurgato dal I*. A. M. Bandiera, 1754.
— Opere, Firenze (NajKili), 1823-24 nel t. iv.
— Venezia, Alviso|X)li, 1825, 8^, accurata ediz. assistita da B. Gamba. Se ne tirai-ono 12 esemplari , oltre le copie comuni, in carta velina, e due in pergamena. In alcuni esemplari in forma di ÌGP sta unita eziandio la vita di Dante.
— Genova, Pagano 1829, 18°, con altri opuscoli.
— Nelle opere del Boccaccio, Napoli.
— Firenze, Magheri (ediz. Moutier), 1834, 8°.
— Parma, Amoretti, in 8", 180), in 8° intonso.
— Firenze, Barbèra, dietro la Fiammetta, 18 . . . Ameto, Roma, 1478. In fine vi si legge : Finisce felicemente
la elegante comedia nuncupata Nimpha d' Ameto cotnplela dal facundissimo poeta messer Giovanni Boccaccio nobile Fiorentino, impressa in Roma nell'anno della cristiana salute MCCCCLXXVIII. A. M. Francesco (Nelli) Priore de' SS. Apostoli, edizione Moutier.
— Prose di Dante e Boccaccio.
— • Milano, classici 1829, 8*^, con ritratto, L 5; due esem- plari furono impressi in pergamena di questa accuratis- sima ristampa la quale fu occasione di controversia fra l'editore Gamba e il Ciampi, L'ediz. fu condotta sopra un Cod. della Marciana. A Francesco de' Bardi. Prose di Dante e Boccaccio.
— edizione di Napoli.
— Parma, Amoretti.
— edizione Moutier.
A Gino da Pistoia. Prose di Dante e Boccaccio.
— dal Manni, Illustrazione storica del Decaìnerone, pag. 21.
— ediz. Moutier.
— ediz. di Napoli.
— Parma, Amoretti.
A NiccoLA Acciaioli, Prose di Dante e Boccaccio.
— Moutier.
— ediz. di Napoli.
— Parma, Amoretti.
CXX APPENDICE 111
A Andrea Acciaiot-i, Prose di Dante e Boccaccio.
— Eiliz. Moutier.
Alla Fiammetta, Lettere volgari di diversi nobilissimi uomini ed eccellenti ingegni, Venezia, A. Manuzio, 1554, a e. 111. • — nelle Lettere di tredici uomini illustri, Venezia 1564, con la data del 15 aprile 1341.
— nelle edizioni della Teseide e del Filostrato. ■ — Ediz, di Napoli.
— Parma, Amoretti.
FiLosTRATo per Maestro Luca, senza altro, sec. xv ; e Bologna s. nome di stampatore 1498 in S*'; e Milano Scienzenzeler, 1499, in 40.
Teseide, Ferrara, A. Carnerio, 1475 in fol. rarissima.
— la stessa s. 1. e nome di stampatore, del sec. xv in 4** picc, rarissima.
Testamento volgare fu pubblicato dopo il proemio delle An- notazioni e discorsi sopi'a alcuni luoghi del Decamerone, Firenze, Giunti, 1524, in 4<* e dal Moutier in italiano e in latino : dal Manni, Illustrazione storica del Became- rane , pag. 109, e dal cav. Gaetano Milanesi che lo trasse dalla pergamena posseduta dal conte Scipione Borghesi. Siena, Laudi, 1859.
A Fra Martino da Signa : Theocritus Syracnsanus ecc. Dal Gandolfì in fondo alla Dissert. : Be ducentis Augustinianis script, a e. 262 e nelle edizioni delle Bucoliche, Firenze, F. Giunti, 1504 in 8**, con prefazione latina di Benedetto Filologo. — Quasi per intero pubblicata dal Manni, Illu- strazione storica del Decamerone., pag. 56 e segg.
A Franceschino da Brossano : Flebilem epistolam tuam ecc. dal Mehus, Vita del Traversari, p. 203.
A Maghinardo Cavalcanti: Diu strenue miles ecc.- — 'dalBal- delli, Vita del Bocc. in fine: estr. dal C. Med. PI. 52, n.29.
A Jacobo Pizzinghe : Generose miles, incertus mei ecc. — • dal Moutier in fronte alle liriche: tratta dal Cod. Senese.
A Francesco Petrarca : Ut te viderem,, praeceptor inclite ecc. — ■ dal De Sade. — • Opinaris, virorum egregie ecc., dal Ciampi 1. e, pag. 293.
— Italiae iam certus ìionos ecc., dal Manni, Illustrazione storica del Decam,erone, pag. 25.
BIBLIOGRAFIA DELLE LETTERE ITALIANE ECC. CXXI
A Frano. Petrarca : Ut te viderem ecc., dal De Sade. Mém.
— Ut huic epistolae ecc., dal Meneghelli, Padova 1819.
A Ugo Re di Cipro : Si satis ex relatibus ecc., nelle edizioni
di De Genealogia Deorum. A Madonna Acciaioli : Pridie, mulierum egregia etc. V. De
CLARIS MULIERIBIS.
A Maestro Pietro di Retorica : Xe blandiloquus viderer.
Pubblicata dal Ciampi a pag. 511. Al Duca di Dirazzo : Crepor celsitudinis etc. , dal Ciampi,
1. e, pag. 274. Ad Anonimo: Nereus amphitritibus lymphis ecc., pubblicata
dal Ciampi, 1. e, pag. 277,
— Mavortis, miles extrenue etc, dal Ciampi, 1. e, pag. 283.
— Sacrae famis ecc., dal Ciampi, 1. e, pag. 297.
A Maestro Zanobi da Strada : Quam pium, quam sanctuni, dal Ciampi. 1. e, pag. 267.
— Longum tempics effluxit ecc., del Ciampi, a pag. 71. De Genealogia Deorum gentilium Joannis Boccata de Cer-
taldo ad Ugonem inclytum Jerusaleìn et Cypri regan. In fine : Venetiis impressum anno salutis MCCCCLXXII, Kicolao Throno duce felicissimo imperante. Con una ta- vola dei nomi propri e delle cose notabili ad alfabeto com- pilata da Domenico d'Arezzo ad istanza Ji Coluccio Sa- lutati, come dalla Prefazione di esso Domenico.
De CLARIS mulieribus, Ulmae per J. Zeiner de Reutlingen. 1473.
Ad Maghinardum de Cavalcantibus : Epistolae tres. Pietro- burgo, 1876.
Codici perduti.
1. L'ab. Giangirolarao Carli di Siena aveva un testo a penna di dieci lettere latine del Boccaccio, tra le quali quella a Pino de' Rossi. V. Novelle letterarie^ Firenze, 1748, Gol. 221.
2. Nell'Archivio delle Riformagioni si conservava un Codice di lettere volgari del Boccaccio, citato già dai compila- tori del Vocabolario.
3. Un codice contenente una lettera del Boccaccio nel Ban- co XX della libreria di S Giovanni di Verdara in Padova. V. Montfaucon, t. i, pag. 486, A.
CARTEGGIO
M. GIOVANNI BOCCACCIO
A FIAMMETTA
GIOVANNI BOCCACCIO
DA CERTALDO 1
'\JtM^
Comechè a memoria tornandomi le felicità trapassate, nella miseria vedendomi dove io sono, mi sieno di grave dolore manifesta cagione, non m'è pertanto discaro il ri- ducere spesso nella faticata mente, o crudel donna, la pia- cevole immagine della vostra intera bellezza ; la quale, più possente che '1 mio proponimento, di sé e di Amore, gio- vane di anni e di senno, mi fece soggetto : ' e quella quante volte mi venne ' con intero animo contemplando, piuttosto celestiale che umana figura essere con meco dilibero. E che essa quello che io considero sia, il suo effetto ne porge ar- gomento chiarissimo ; però che ella con gli occhi della mia mente mirata, nel mezzo delle mie pene ingannando, non so con che ascosa soavità, l'afflitto cuore, * gli fa * quasi le sue continove amaritudini obliare, et in quella di sé mede- sima genera un pensiero umilissimo, il quale mi dice : questa
' Questa lettera serve di prefazione alla Teseide, e quindi si legga in quasi tutti i Codd. di essa, cioè: N. 15-17; R. 16-20; L. 30, 38-41. « Suggietto Cod. R. 16. 3 Viene, Cod. N. 15 e il Cod. 16. * Core Codd. 16, 17. R. 5 Li fa. Codd. 16, 17.
1
2 A FIAMMETTA
è quella Fiammetta, la luce de'cui belli occhi ' prima i no- stri accese, ' e già fece contenti con gli atti suoi gran parte de' nostri ferventi disii. 0 quanto allora me ad me togliendo di mente, parendomi essere ne' primi tempi, li quali, io non immerito, ora conosco essere stati felici, sento ' consolazione. E certo se non fusseno * le pronte sollecitudini, delle quali ^ la nimica fortuna m'ha circondato, * che non una volta, ma mille in ogni piccolo momento di tempo con punture non mai provate mi spronano, * io credo che così contemplando, quasi gli ultimi termini della mia beatitudine abbracciando mi morrei. ^ Tirato adunque da quello a che, ' quantunque sia stato lungo lo spazio, appena essere stato mi pare, quale io rimanga. Amore, che i miei sospiri conosce, il può ve- dere : il quale , ancoraché ' voi ingiustamente di piacevole sdegnosa siate '° tornata, però non mi abbandona. Né pos- sono né potranno le cose ad verse, né il vostro turbato aspetto spegnere nell'animo " quella fiamma, la quale me- diante la vostra bellezza esso vi accese; anzi essa più fer- vente che mai con isperanza verdissima vi '* nutrica. Sono adunque nel numero de'suoi soggetti '^ com'io solea. Vero è che dove bene avventurato già fui, ora infelicissimo mi trovo, '* siccome voi volete, di tanto solamente appagato, '*
1 Begli Codd. 16, 17. R.
2 Prima accesa ; acces'à ? Cod. 17. Prima acciese Cod. 16.
3 S'ella è Cod. 16. R.
* Possono^ la stamp., fossino Cod. 17. 5 Circundato Codd. 16, 17. R.
* Si profferano Cod. 17. R. 7 Morrèmi, Codd. R. 16, 17. ^ Ad essere.
9 Che^ manca nel Cod. R. 17.
10 Sete, Cod. R. 17.
11 Anim.a, N. 15.
12 Vi, N. 15, e l'edizione Manuzio.
13 Suggetti R. 16, 17.
K Ritrovo, la stampa, Ritruovo Cod. 17. R. 15 AT apago, Cod. R. 17.
GIOVANNI BOCCACCIO 3
che tórre non mi potete ch'io non mi tenga per vostro, e ch'io non v'ami; postochè voi per ' vostro mi rifiutate, e il mio amarvi forse più gravezza che piacere riputiate: e tanto mi anno, oltre a questo, le cose traverse di conosci- mento lasciato, * che io sento che per umiltà ben servendo ogni durezza si vince, e merita uomo * guiderdone. La quale cosa non so se a me avverrà; * ma come che seguire me ne debbia, né da sé mi vedrà * diviso umiltade, ' né fedele ser- vitore stanco giammai. E acciocché l'opera sia verissimo testimonio alle parole, ricordandomi che già ne' dì più felici che lunghi io vi sentii vaga d'udire, e talvolta di leggere una e altra storia, e massimamente le amorose ^ siccome quella che tutta ardavate ^ nel fuoco, nel quale io ardo (e questo forse facciavate, acciocché i tediosi tempi con ozio non fussero * cagione di pensieri più nocevoli ') ; come vo- lonteroso servidore, il quale non solamente il comandamento aspetta del suo maggiore, ma quello, operando quelle cose che crede che piacciano, previene : trovata una antichissima storia, e al più '" delle genti non manifesta, bella si per la materia, della quale parla, che è d' amore, e si per coloro, de' quali dice che nobili giovani furono e di real sangue discesi, in latino volgare e in rima, acciocché più dilettasse, e massimamente a voi, che già con sommo titolo le mie rime esaltaste, " con quella sollecitudine che conceduta mi fu dall'altre più gravi, desiderando di piacervi, ò ridotta. "
> Phte. Cod. 16. R.
* Che per umiltà V uomo servendo, Cod. R. 17. 3 Buono. Cod. 16, R.
* Averrà. Cod. R. 16, 17. 6 Vederà. Cod. 17.
« Umiltà, Cod. R. 17. ' Ardeva, la stampa.
* Possono, la stampa; fossino, Cod. 16 R.
* Noccivile e volontaroso, à il N. 15. >o Alle più. N. 15.
» Exaltaati. mentisti, potesti, Cod. R. 16. » Ordinata. Cod. R. 17.
4 A FIAMMETTA
E ch'ella da me per voi sia compilata, due cose fra le altre il manifestano. L'una si è, che ciò che sotto il nome del- l'uno de' due amanti e della giovine 'amata si conta es- sere'stato, ricordandovi bene, e io a voi di me, e voi a me di voi, se non mentiste, potrete conoscere essere stato fatto, e detto in parte. Quale de' due si sia non discopro, * che so che ve ne avvedrete. Se forse alcune cose soper- chie vi fessone, il ' voler bene coprire ciò che non è onesto manifestare, * da noi due infuori, e '1 volere la storia se- guire, ne sono cagione : ed oltre a. ciò dovete sapere che solo il bomere * aiutato da molti ingegni fende la terra. Potrete adunque ' e quale fusse innanzi, e quale sia ^ stata poi la vita mia, che più non mi voleste per vostro, discernere. L'altra si è il non aver cessata né storia, né favola, * né chiuso parlare in altra guisa; conciossiacosaché le donne siccome poco intelligenti ne sogliono essere schifo : ma pe- rocché per inteUotto e notizia delle cose predette voi dalla turba dell'altre separata conosco, libero mi concessi il porle a mio piacere; e acciocché l'opera, la quale alquanto par lunga, non sia prima rincresciuta che letta, desiderando di disporre con affezione la vostra mente a vederla, se le già dette cose non l'avessono ' disposta, sotto brevità somma- riamente qui '° appresso di tutta l' opera vi pongo la conte- nenza.
Dico adunque, che dovendo narrare di due giovani nobilissimi tebani Arcita e Palemone, come innamorati di
1 Giovarla, N. 15.
2 De' due sia non mi scuopro, Cod. R. 17. De' due sia, Cod. R. 16.
3 In, Cod. R. 17.
* A manifestare, Cod. R. 17.
5 Vomere, Cod. R. 17.
6 Vedere, Cod. 17, R.
' Qual sia a qual fosse stata innanzi e poi, Cod. R. 17. 8 Favella, la stampa; faula il N. 15. ^ Avesseno, N. 15. »o Quivi, Cod. R. 17.
GIOVANNI BOCCACCIO 5
Emilia Amazzone ' per lei combattessono, primamente posta la invocazione poetica, mi parve di dimostrare d'onde la donna fusse, e come ad Atene venisse, e chi fusseno essi, e come quivi venissero ' similemente : laonde, siccome pro- messo v'ò, alla loro storia due se ne pongano; e primie- ramente, dopo la invocazione predetta, et dopo ' disegnato il tempo, nel quale le seguenti cose furono, la battaglia fatta da Teseo con Ippolita reina delle Amazzoni, * e Ila cagione di essa e Ila vittoria seguita ^ descrivo : procedendo oltre, come Teseo prese Ippolita per isposa, e con lei insieme Emilia sua sorella trionfando ne menò ad Atene : quinci, acciocché onde e come i due amanti venissono ' sia aperto, un'altra battaglia e Ila felice vittoria di quella seguitata, ^ fatta da Teseo co' Tebani, premessa la cagione, si disegna; et ccome appare, i due giovani presi in quella, parte del trionfo di Teseo, vennono in Atene, dove e come da lui imprigionati fussero, e come in quel * tempo di Emilia s' innamorassono, procedendo si legge ; pervenendo poi da questo alla dilibe- razione fatta di Arcita, a' preghi di PeritOo, e al pellegri- naggio suo ad Egina, e alla sua vita, e alla tornata di esso ' sconosciuto ad Atene, e al suo dimorare con Teseo. Quindi scrivendo quale Palemone rimanesse, e come a lui la tor- nata di Arcita sotto cambiato nome si discoprisse, e come per lo ingegno di Pamfilo suo famigliare '° egli " uscisse de la prigione, e Ila battaglia per '* lui fatta nel bosco; mostrando
' Amazzona. il N. 15.
* Venissoro. Cod. R. 16. 3 Cod. R. 17.
* Amazone. Cod. R. 16, 17.
s Seguitata. Cod. R. 17 e 16. 6 Venissoro. Cod. R. 16. ' Della quale seguita, la stampa. « E in che tetnpo. Cod. R. 17 a 16. » m lui. Cod. R, 17. »o Famiglio. Cod. R. 17. " Elli uscì. Cod. R. 17. « Con. Cod. R. 17.
6 A FIAMMETTA
appresso come da Emilia prima combattendo veduti, e poi da Teseo riconosciuti, manifestandosi essi medesimi, chi ' fusseno; e quello che Teseo con loro componesse, * e Ila loro tornata in Atene : dichiarando poi quale fusse la vita loro, e U'avvenimento di molti principi ad una futura ' bat- taglia, e i sacrificii fatti da lloro e da Emilia, e poi la loro battaglia, e echi vincesse ; e dopo a tutte queste cose V in- fortunio di Arcita, e il suo trionfo, la liberazione di Pale- mone, le sposalizio * di Emilia, e Ila morte di Arcita si pongono interamente ; giungendosi ad esse l' onore pub- blico fattogli da Teseo e dagli altri greci principi a sep- pellirlo, * ed il mirabile tempio, nel quale le sue ' ceneri furono poste ; et ultimamente come Emilia conceduta fusse a Palemone, e He sue nozze, et de' principi la partita, finendo si trova. ''
Le quali cose se tutte insieme, e ciascuna per sé, o nobilissima donna, da voi con sana mente saranno pensate, potrete, quello che di sopra dissi, conoscere ; et quindi la mia affezione discernendo, il preso orgoglio lasciare, e lasciato potrete la mia miseria in desiderata felicità ritornare. Ma se pure gravi vi fussero le dette cose, e vincesse la v*ostra alterezza la mia umiltà, in questo una cosa sola per su- premo dono addomando, che dando ad essa luogo, il pre- sente piccolo libretto, poco presente alla vostra grandezza, ma grande alla piccolezza * mia, tegnate. Questo, se '1 fate, alcuna volta ne' miei affanni sarà di refrigerio cagione, pen- sando che in quelle dilicate mani, nelle quali io più non oso venire, una delle mie cose alcuna volta pervenga. Io
1 Possono. Cod. R. 17 e fossoro, Cod. R. 16.
* Compuose, Cod. R. 16.
3 Futura manca nel Cod. R. 17 et una battaglia futura Cod. R. 16.
* La spoìisalizia, Cod. N. 15, e R. 17. ^ Al seppellire, N. 15.
8 Suoe cenere, Cod. N. 15 ; i suoi cimieri furo riposti, Cod. R. 17. ' La storia, Cod. R. 17.
* Picciolo e piccioleza, Codd. R. 16, 17.
GIOVA>rXI BOCCACCIO 7
procederei a molti più preghi, se quella grazia, la quale io ebbi già in voi, non se ne fusse andata. Ma perocché io del niego dubito con ragione, non volendo che a queiruno che di sopra ò fatto, e oche spero, siccome giusto, di otte- nere, gli altri nocessono ' e senza essermene ninno conceduto mi rimanessi, mi taccio; ultimamente pregando colui che mi vi diede, allorachè io primieramente vi vidi, che se in lui quelle forze sono che già furono, raccendendo in voi la spenta fiamma a me vi renda, la quale, non so per che cagione, inimica fortuna m'à tolta. '
* Nocessino e santa Cod. R. 16. « Va tolta, Cod. R. 16.
ALLA FIAMMETTA '
^. i^^c;y^.oJCD
Molte fiate già, nobilissima donna, avvenne, che io, il quale quasi dalla mia puerizia insino a questo tempo nei servigi d'amore sono stato, ritrovandomi nella sua corte tra li gentili uomini e le vaghe donne, in quella con me parimente dimoranti, udii muovere e disputare questa que- stione, cioè : Uno giovane ferventemente ama una donna, * della quale ninna altra cosa gli è conceduto dalla fortuna, se non il potere alcuna volta vederla, o tal volta di lei con alcuno ' ragionare o seco stesso di lei dolcemente pensare. Qual'è adunque di queste tre cose di più diletto? Né era mai, che ciascuna di queste tre cose, da cui l'una, da cui l'altra, non fosse da molti studiosamente e con acuti argo- menti difesa: e perciocché a' miei amori, più focosi che avventurati pareva cotale questione ottimamente essere conforme, mi ricordo, * che vinto da falso parere, più volte
' Questa lettera serve di Proemio al Filostrato. Il Moutier pre- mette alla lettera, ma senza carattere diverso, e come se facesse corpo con essa, una nota esplicativa il significato della parola Filo- strato, e che di sette codici Riccardiani uno solo la riferisce, e in carattere rosso da rubrica. Questa lettera si legge ne'Codd. R. 1-8; N. 2 e 28, e 37-45; L. 27-31.
» Giovane, R, 7.
k3 Aggiungono i Codd. R. tutti. ^ < Cosi tutti i Codd. R. Il Moutier legge: Mi ricorda ìa
10 ALLA FIAMMETTA
mescolandomi tra' questionatori, tenni e difesi di gran lunga essere maggiore il diletto, potere della cosa amata talvolta pensare, che quello che porgere potesse alcuna dell'altre due: affermando tra gli altri argomenti da me a ciò in- dotti, non essere picciola parte della beatitudine dell'amante potere, secondo il disio di colui che pensa, disporre della cosa amata, e lei rendere, secondo quello, benevola e rispondente, come che ciò solamente durasse quanto il pensiero, sì che del vedere né del ragionare non poteva certamente addi- venire. 0 stolto giudizio, o sciocca estimazione, o vano ar- gomento, quanto dal vero eravate lontani ! amara esperienza, me misero, me lo dimostra al presente. 0 speranza dolcis- sima dell'afflitta mente, ed unico conforto del trafitto core, io non mi vergognerò d'aprirvi con quale forza nel tene- broso intelletto m'entrasse la verità, contra la quale io pue- rilmente errando avea l'armi prese; ed a cui il potre'io dire, che alcuno alloggiamento potesse porre alla penitenza datami, non so s'io mi dica da amore o dalla fortuna, per la falsa opinione avuta, se non a voi?
Affermo dunque, bellissima donna, esser vero, che po- scia che voi nella più graziosa stagione dell'anno, dalla dilettevole città di Napoli dipartendovi, e in Sannio an- dandone, agli occhi miei, più del vostro angelico viso vaghi che d'altra cosa, mi toglieste subitamente quello che io per la vostra presenza doveva conoscere, non conoscendolo, per lo suo contrario prestamente mi fece conoscere, cioè per la privazione di quella; la quale tanto fuori d'ogni dovuto termine m'ha l'anima contristata, che assai apertamente posso comprendere, quanta fosse la letizia, allora poco da me conosciuta, che mi veniva dalla vostra graziosa e bella vista. Ma perchè alquanto appaia più questa verità mani- festa, non mi fia grave, né il voglio intralasciare, come che altrove più che qui si distenda, ciò che avvenuto mi sia, a dichiarazione di tanto errore, dopo la vostra partenza.
Dico dunque, se Dio tosto coll'aspetto del vostro bel viso gli occhi miei riponga nella perduta pace, che poiché
ALLA. FIAMMETTA 11
io seppi clic voi di qui partita eravate, e in parte anda- tane, dove niuna onesta cagione a vedervi mi doveva mai potere menare, che essi, per li quali la luce soavissima del vostro amore mi menò nella mente, oltre alla fede che porger possono le mie parole, ' anno assai volte di tante e di si amare lacrime bagnata la faccia mia, ed il dolente seno riempiuto, che non solamente è stata mirabile cosa onde tanta umidità sia ad essi da essi venuta, che * non che in voi, la quale credo che come gentile siete cosi siate pietosa, ma • in ni uno mio nimico che di ferro fosse il petto, a forza avrebbono messa pietade, né solamente questo a me * è avvenuto. Quante volte ricordato mi sono d'avere la vostra piacevole presenza perduta gli à fatti tristi, ma qualunque cosa è loro davanti apparita, di loro maggiore miseria è stata cagione. Oimè, quante volte per minore doglia sentire, si sono spontaneamente ritorti da guardare i templi, * le loggie, le piazze, e gli altri luoghi, ne' quali già vaghi e desiderosi cercavano di vedere, e talvolta in essi videro la vostra sembianza; e dolorosi anno il cuore costretto a dire con seco quello verso di Geremia : « 0 come « siede sola la città, la quale in addietro era piena di po- « polo, e donna delle genti! » Certo io non dirò ogni cosa parimente attristargli, ma io affermo solo una essere quella parte che alquanto la loro tristizia mitiga, -riguar- dando quelle contrade, quelle montagne, quella parte del cielo, fra le quali e sotto la quale porto ferma opinione che voi siate; quindi ogni aura, ogni soave vento che di colà viene, così nel viso ricevo, quasi il vostro senza ninno fallo abbia tocco: né è perciò troppo lungo questo mitiga-
1 Oltre la fede che porger posso ne le mie parole. R. 6.
' Cod. R. 6; Ma ancora non che in voi, l'ediz. Moutier.
3 /n ninno che mio nimico fosse e di ferro avesse il petto : k Ediz. Moutier. HL * Aggiunto col Cod. R. 6.
12 ALLA FIAMMETTA
mento, ma quale sopra le cose unte veggiamo talvolta le fiamme discorrere, ' tal sopra l'afflitto cuore questa soavità discorre, fuggendo subita per lo sopravvegnente pensiero che mi mostra non potervi vedere, essendo di ciò senza misura acceso il mio disio.
Che dirò de' sospiri, i quali nel passato piacevole amore e dolce speranza mi solcano infiammati trarre dal petto? Certo io non ho altro che dirne, se non che moltiplicati in molti doppii di grandissima angoscia, mille volte ciascuna ora da quello per la mia bocca fuori sono sforzatamente sospinti. E similmente le mie voci, le quali già alcuna volta mosse, non so da che occulta letizia procedente dal vostro sereno aspetto, in amorosi canti, e in ragionamenti pieni di focoso amorfe, s'udirono sempre poi chiamare il vostro nome di grazia pieno e amore per mercede, e la morte per fine de' miei dolori , e i grandissimi rammarichii possono essere stati uditi da chi m'è stato presso.
In cotal vita adunque vivo da * voi lontano, e sempre più ' comprendo quanto fosse il bene, e '1 piacere e il di- letto che da' vostri occhi, per addietro male da me cono- sciuto, procedeva: e come che tempo assai mi prestasseno * a le lagrime e a' sospiri a potere del vostro valore ragio- nare, e ancora al presente della vostra leggiadria, de' co- stumi gentili, e della donnesca altezza, e della sembianza vaga più ch'altra, la quale io sempre con gli occhi della mente riguardo tutta, e mentre perciò di tale ragionamento 0 pensiero non dico che alcuno piacere l'anima non senta, ma questo piacere viene mischiato con un disio ferventis- simo, il quale tutti gli altri disii accende in tanta fiamma di vedervi, che appena in me regger gli posso, che non
1 Qual suole il fiammeggiar delle cose unte Muoversi pur su per l'estrema buccia ecc.
Inf. XIX, 28.
2 A voi: i Codd. R. 3, 4, 6.
3 Sanza prò' comprendendo. Codd. R. 4, 6.
< II Cod. R. 6; prestassero, il Cod. R. 4; l'ediz. M. : prestano.
ALLA FIAMMETTA 13
mi tirino, posta giù ogni debita onestà e ragionevole con- siglio, colà dove voi dimorate; ma pur vinto dal volere il vostro onore più che la mia salute guardare, gli raffreno ; e non avendo altro ricovero, ' sentendomi la via chiusa del rivedervi, per la cagione mostrata, alle lagrime tralasciate ritorno. Ah lasso, quanto m' è la fortuna crudele e nemica ne' miei piaceri, sempre stata rigida maestra e correggitrice de' miei errori ! ora misero me il conosco, ora il sento, ora apertissimamente discerno, quanto di bene, quanto di pia- cere, quanto di soavità più nella luce vera degli occhi vo- stri, volgendola ne' miei, che nella falsa lusinga del mio pensier dimorasse. Così adunque, o splendido lume della mia mente, col privarmi della vostra amorosa vista, à for- tuna risoluta la nebula dell'errore per addietro da me so- stenuto: ma nel vero sì amara medicina non bisognava a purgare la mia ignoranza, più lieve gastigamento m'avrebbe nella diritta via ritornato. Ora così vagliono le mie forze a quelle della fortuna? quantunque la mia ragione sia molta, non possono resistere. E come che si vada, io sono pure per la vostra partenza a tal punto venuto, qual di so- pra v' anno le mie lettere dichiarato ; e con mia gravissima noia sono divenuto certo di ciò che prima inceiio disputava in contrario. Ma da venire è omai a quel termine, per lo quale scrivendo infino a qui son trascorso, e dico, che ve- dendomi in tanta e così aspra avversità per lo vostro di- partir pervenuto, prima proposi di ritenere del tutto dentro del tristo petto l'angoscia mia, acciocché palesata non fosse per avventura di molto maggiore efficace cagione; e ciò sostenendo con forza, assai ' vicino a disperata morte mi fé' venire, la quale se pure venuta fosse, senza niun fallo allora cara mi sarebbe stata. Ma poi, non so da che oc- culta speranza mosso, di dovervi pure ancora quando che sia rivedere, e nella prima felicità ritornare gli ocelli miei,
> Col Cod. R. 6 : l'ediz. M., ricorso.
* Fu ora che assai ecc. Codd. R. 6, e 7.
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mi nacque non solamente paura di morte, ma desiderio di lunga vita, quantunque misera non vedendovi la dovessi menare. E conoscendo assai chiaramente, che tenendo io del tutto, come proposto avoa, la mia concepita doglia nel petto nascosa, era impossibile, che delle mille volte che essa abbondante e ogni termine trapassante sopravvenia, alcuna non vincesse tanto ' le forze mie, già debolissime divenute, che morte senza fallo ne seguirebbe, e più in conseguenza non vi vedrei. Da più utile consiglio mosso mutai proposta, e pensai di volere con alcuno onesto ram- marichio dare luogo a quello a uscire dal tristo petto, ac- ciocché io vivessi, e potessi ancora rivedervi, e più lunga- mente vostro dimorassi vivendo. Né prima tal pensiero nella mente mi venne, che il modo .con esso subitamente m'occorse; dal quale avvenimento, quasi da nascosa divi- nità spirato, certissimo augurio presi di futura salute. E il modo fu questo, di dovere in persona di alcuno passionato, siccome io era e sono, cantando narrare i miei martini. Meco adunque con sollecita cura cominciai a rivolgere l'antiche storie, per trovare cui potessi verisimilmente fare scudo del mio segreto e amoroso dolore. Né altro più atto nella mente mi venne a tal bisogno, che il valoroso gio- vane Troilo, figliuolo di Priamo nobilissimo re di Troia, alla cui vita, in quanto per amore e per la lontananza della sua donna fu doloroso, se fede alcuna alle antiche storie si può dare, poiché Griselda da lui sommamente amata fu al suo padre Calcas renduta, è stata la mia similissiraa dopo la vostra partita. Per che dalla persona di lui e da' suoi accidenti ottimamente presi forma alla mia intenzione, e susseguentemente in leggere rima, e nel mio fiorentino idioma, con stile assai pietoso i suoi e miei mali parimente composi, li quali una e altra volta cantando, assai utili gli ò trovati, secondo che fu nel principio l'avviso. È vero, che dinanzi alle sue amare doglie in simile stilo parte
1 In tanto, Cod. R. 6.
ALLA FIAMMETTA 15
della sua felice vita si trova, la quale posi , non perch' io desideri che alcuno creda che io di simil felicità gloriare mi possa, perocché non mi fu mai tanto favorevole la for- tuna, né sforzandomi di sperarlo noi può in alcun modo concedere la credenza che ciò avvenga, ma per questo le scrissi, perchè la felicità veduta da alcuno, molto meglio si comprende quanta e qual sia la miseria sopravvenuta. La qual felicità nondimeno, in tanto è alli miei falli con- forme, in quanto io non meno di piacere dagli occhi vostri traeva, che Troilo prendesse dall'amoroso frutto che di Gri- seida gli concedea la fortuna.
Adunque, valorosa donna, queste cotali rime in forma d'un piccolo libro, in testimonianza perpetua a coloro che nel futuro il vedranno, e del vostro valore, del quale in persona altrui esse sono in più parti ornate, e della mia tristizia, ridussi; e ridotte, pensai non essere onesta cosa, quelle ad alcuna altra persona prima pervenire alle mani che alle vostre, che d'esse siete stata vera e sola cagione. Per la qual cosa, come che piccolissimo dono sia da man- dare a tanta donna quanto voi siete, nondimeno, perchè l'affezione di me mandatore è grandissima e piena di pura fede, vel ' pure ardisco a mandare, quasi sicuro, che non per mio merito, ma per vostra benignità e cortesia da voi ricevute saranno. Nelle quali se avviene che leggiate, quante volte Troilo piangere e dolersi della partita di Griselda troverete, tante apertamente potrete comprendere e conoscere le mie medesime voci, le lagrime, i sospiri e l'angoscie ; e quante volte le bellezze, i costumi, e qualunque altra cosa laudevole in donna, di Griselda scritto troverete, tanto * di voi essere parlato potrete intendere : l'altre cose, che oltre a queste vi sono assai, ninna, siccome già dissi, ' a me non appartiene, né per me vi si pone, ma perché la
' Lo vi pure, Cod. R. 6.
« Col Cod. R. 6.
' Si come grandissima, Cod. R. 6.
16 ALLA FIAMMETTA.
storia del ' nobile innamorato giovane lo richiede: e se così siete avveduta come vi tengo, così da esse potrete comprendere quanti e quali siano i miei disii, dove termi- nino, e che cosa più e altra ' dimandino, o se alcuna pietà meritano. Ora io non so se esse fieno di tanta efficacia, che voi leggendole con alcuna compassione possano toccare la casta mente, ma amore ne prego che questa forza a loro ne presti ; il che se addiviene, quanto più umilmente posso prego voi, che alla vostra tornata mettiate sollecitudine, talché la vita mia, la quale a uno sottilissimo filo è pen- dente, e da speranza con fatica tenuta, possa, vedendovi, lieta nella prima certezza di sé ritornare : e se ciò non può forse così tosto come io desidererei avvenire, almeno con alcuno sospiro o con pietoso prego, per me fate ad amore che alle mie noie presti alcuna pace, e lei smarrita ricon- fortare. Il mio lungo sermone da sé medesimo chiede fine, e perciò dandoglielo, prego colui che nelle vostre mani à posta la mia vita e la mia morte, che egli nel vostro cuore quello disio accenda, che solo esser può cagione della mia salute.
1 La ediz. M. nel.
2 E che cosa essi pvCi che altro, ediz. M.
A NICCOLA ACCIAIOLI '
Niccola, se a' miseri alcuna fede si dee, io vi giuro per la dolente anima mia, che non altrimenti alla carta- ginese Didone la partita del Troiano Enea fu grave, che fosse a me la vostra: e non senza cagione, avvegnaché occulta vi fosse : nò similemente con tanto disiderio ' la ritornata d'Ulisse fu da Penelope aspettata, quanto la vo- stra da me. La quale nuovamente sentendo ora essere stata, non altrimenti nelle tenebre de' miei affanni mi sono ralle- grato, che facessono nel limbo i santi padri, udita da san Giovanni la venuta di Cristo, per cui la lungamente aspet- tata salute in breve speravano senza fallo. Laonde io non credo prima vedervi, se dato ' non m' è eh" io debbia tanto viverci eh' io vi vegga. Allora * più che altro lieto in me potrò le parole d'Isaia rivolgere, quando disse al popolo che per l'ombra della morte andava : è nata la luce. * Et perciò io con quello affetto che per me si puote esprimere più fervente, con voce piena di letizia vi dico, che voi siate il ben tornato. La sanità del corpo, colla quale credo che quella della mente congiunta sia, ò con lieto animo intesa, e oltre a ciò la seconda fortuna alla vostra virtù debita '/
I Questa lettera è conservata nel Cod. L. 2. Il Ciampi suppone che pur questa sia stata tradotta dalForiginale latino V. Monumenti et. pag. 588.
* Disidéro. Cod. L. 2.
' Se dato è, Cod. L. 2.
* Che più che. Cod. L. 2.
"' È nota la luce, l'edizione.
2
18 A NICCOLA ACCIAIOLI
in' è manifesta : la quale, se lo immaginare non m' inganna, piccioli segni d'amore ancora vi mostra, a rispetto che ella farà per innanzi. Ed essa, prego Iddio, che così con voi come con Quinto Metello felicissimo Romano fece s'eter- ni. ' Oh quanto m'è la vostra benavventurata tornata cara! non per me tanto, quanto perciocch' io allora vedrò le inique e adulatrici lingue, delle quali vi ricordo e prego che vi guardiate, confuse tacere. Ora gli animi invidiosi in fuoco pestilenzialissimo consumarsi, ed i superbi nella vostra pre- senza bassare i colli; li quali con opinioni perverse, con operazioni malvage, e con sottrattose parole, a' vostri beni e ad voi si sono ingegnati d'apporre. Oh giusto di colui il giudicio, che dei cieli in terra ogni cosa discerne, il quale con laudevole esaltamento di voi li loro intendimenti à annullati! il che m'è caro.
Dell'essere mio in Firenze, contra piacere, niente vi scrivo, perocché piuttosjto con lagrime che con inchiostro sarebbe da dimostrare! Solamente cotanto vi dico che, come del pirata Antigono la fortuna rea in buona trasmutò Ales- sandro , così da voi spero doversi la mia trasmutare. Né- ò nuova questa speranza, ma antica, perocché altra non mi rimase nel mondo, poiché il reverendo mio padre e signore maestro Dionigi, forse per lo migliore, da Dio mi fu tolto : e questo di me al presente si basti. Le nuove cose e i varii accidenti avenuti, li quali in cotesto parti ora tro- verrete, son certo che non poco occuperanno l'animo vo- stro nella prima giunta, e perciò il più ora non scrivervi reputo onesto: sicuro ancora di tosto vedervi, conceden- dolo Iddio. Signor mio, colui eh' è d'ogni bene donatore^ come l'anima vostra disidera, così vi governi.
Data in Firenze a dì xxviii d'agosto anni Domini 1341. ^' Il vostro Giovanni di Boccaccio da Certaldo, e inimica della fortuna, la debita reverenza premessa, vi si racco- manda.''
» L'eterni, Cod. L. 2.
A BARTOLO DEL BUONO '
La saetta, dal mio flessibile ' arco mossa, tocca li segni cercati con volante fuga, et le bianche colombe pasciute negli ampi campi gratulanti ricercano le torri, e gli stanchi cavalli compiuto il corso domandano riposo, et così l'opera mia guidata per gli umili piani temente de Icaro li miseri casi, è alla sua fine presente. Riceva dunque la santa dea, me ad queste cose adiutante, i suo incensi e le meritate ghirlande coronino la bella donna della faticata penna mo- vente cagione. E tu, o solo amico e di vera amistà vera- cissimo esemplo, o Niccolò di Bartolo del Bicono di Fi- renze, ' alle virtù del quale non basterieno i miei versi, e però tacioli, advegna che esse per se medesime luchino, * che di mia fatica non anno bisogno. Prendi questa rosa tra le spine della mia adversità nata, * la quale a fforza fuori
> Questa dedica dell'Ameto, che si legge in fondo al libro, è cosi lambiccata che m'è venuto il dubbio che non sia del Boccaccio, e l'avrei tenuto per fermo se non l'avessi letta in tutti i Codici. Ma si vede che a lui pure non uscivano tutte le ciambelle col buco. Vedi i Cmld. N. 29, 30, 32, 33, 46; R. 20; L. 34, 36, 37.
k« Flessibile, manca nel Cod. L. 36. ' Supplito col Cod. L. 36. < Lucono, Cod. L. 36. 5 L'ediz. e gli altri codici: nota.
20 A BARTOLO DEL BUONO
de' ruvidi ' pruni tirò la fiorentina bellezza, me nell' infimo stante delle tristizie, dando sé ad me con corto diletto a disegnarsi. Et questa non altrimenti ricevi, che da Virgilio il l)uono Augusto o Erennio da Cicerone, o come da Ora- zio il suo Meceha prendevano i cari versi, nella memoria riducendosi la autorità di Catone dicente : Quando il povero amico un picciolo dono ti presenta, piacevolmente il ricevi. Certo io ad te, valoroso, ^ cotale ^ lo mando sentendo nullo altro ad me essere Ciesare, Erennio o Mecena, se non te * nel quale * se forse in fronda o altra parte si contenesse alquun difetto, non malizia, ma ignoranza n' à colpa. Et però liberamente l' examinazione e la ' correzione d' essa com- metto nella madre di tutti e maestra sanctissima ^ chiesa di Roma e de' più savi, e di te, la quale poscia ti prego conservi sì come tua nel santo seno, nel quale il fattor tV essa ài con amore indissolubile sempre tenuto. Et lei ^ vedova e lontana alla sua donna lieta, non altrimenti che Io, consola colla soavità della vocia tua, ® insino a ttanto che con quella giuniendosi in terra senta la sua letizia.
' Gli altri : codd. e ediz. : rigidi.
2 Voloìitaroso, Cod. N. 29.
3 Supplito il vuoto, col detto Cod.
* Colmato il vuoto, col detto Cod. Il Cod. L. 36, legge: se non Niccolò.
5 Nella quale, Cod. L. 36.
6 Alla: leggevano.
" Sacratissinia, Cod. L. 36, forse con un po' d'ironia. 8 Supplito col Cod. detto. ^ Boce toa, Cod. detto.
A FRAiNCESCO DI MESSER ALESSANDRO DE' BARDI mercatante fiorentino, dimorante a Gaeta '
Conci ossiacosa che le forze degli uomini, se aiutate non sono talvolta d'alcuno riposo, resistere non possono né perseverare nelle fatiche continue, alle quali noi medesimi spesse volte più che non ci bisogna miseri sottentriamo, è conceduto per li savi uomini, anzi consigliato, che inter- ponendo a quelle talvolta alcuno onesto diletto, siccome stanche e vinte le riconfortiamo. E per questo estimò So-
1 Questa lettera si legge ne' Codd. L. 8, 9, 10, 42; N. 26; R. 10, 11, 14, 18, 19. Nel Cod. 20 v'è questo proemio: Epistola di Messer Giovanni Boccacci mandata a Jacopo Villani, il quale era in corte dello imperadore, a persecuzione di Jacopo delle Botti e fratelli di Napoli; e prima lo 'ntroito a lingua /lorentina e la lettera a lin- gua napolitana, come si dirà apresso. — Nel Cod. N. 26: Parte di una lettera mandata da Messer Giovanni Boccaccio, essendo egli in Napoli, a Jacopo Villani ch'era in Puglia nella corte dello impe- radore. Quella in dialetto napolitano à questo titolo: Comincia la li'ttera in linguaggio napolitano del notabile poeta Messer Giovanni Borracci fatta per dare consolazione a Giovanni de' Bardi suo ^r grandissimo amico. — 11 Cod. L. 8: Epistola di M. Johanni Boccacci ^^ mandata a Francesco de' Bardi a Gaeta da Napoli.
I
22 A. FRA.NCESCO
crate, vsolennissimo e singolare ' investigatore ne' giorni suoi delle divine cose e delle umane non essere a lui staio ' sconvenevole, la mente cessare dalle considerazioni de' pro- fondissimi secreti della natura, e con gli suoi piccoli figliuoli cavalcare sopra il cavallo della canna, com' essi facevano, per la casa; perocché quantunque fosse lo esercizio puerile, pure sanza disonestà alcuna recava alla mente ^ lieto riposo. E inutilmente Cornelio Scipione e Lelio, due sin- golari lumi del romano splendore, e a' quali era, all' uno in tutto, ed all'altro in parte, la gloria di avere con senno e con forza abbattuta la superbia dei Cartaginesi riserbata, non si vergognarono d' essere su per lo lito di Gaeta ve- duti ricogliere le piccole pietre e le conche, in terra so- spinte dall'onde del mare, e fanciullescamente insieme di- portarsi con quelle; essendo essi magnanimi poco avanti levati dalle molte e ponderose occupazioni, intorno all' or- dine delle cose opportune al felice stato della repubblica. E così ancora tu, molto giovinetto essendo, siccome sentito abbiamo da molte varie e noiose faccende or quinci e or quindi percosso, ti doverrai ritrarre, se savio sarai, ad al- cuno laudevole trastullo, il quale abbia forza di ricriare al- quanto gli spiriti affaticati. E perocché forse di questi così lieti riposi, cioè che allegrino, e non offendano, non se' costà fornito come ti bisognerebbe, uno picciolo e leggieri, ma pure una volta atto a potere dare luogo agli amari pen- sieri, per la presente lettera te ne mandiamo; il quale ne' termini più atti e convenevoli ti preghiamo con quello animo legghi, che noi per diporto di noi medesimi ti scri- viamo.
1 Sacro, Codd. 9, 10.
* Queste parole mancano nel!' ed. Moutier ; si leggono nel Cod. L. 42.
3 L'ediz. Moutier legge : più singolarìnente porgeva allo affati- camento lieto riposo. Qui è chiaro che lo affaticamento andava cor- retto in : affaticata niente.